mercoledì 14 luglio 2010

Introduzione




Giorgio Rosati

Informazione d'Annata
giorgiorst@gmail.com
















Un'indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni è il titolo dell'opera che, pubblicata nel 1776, apre ufficialmente la vicenda dell'Economia politica liberale, quella che segna insomma l'atto di nascita della per così dire scienza economica occidentale, e con la quale ci si imbatte dunque per prima ogni volta che si apre un qualsiasi manuale di storia delle dottrine economiche. Ciò non vuol dire ovviamente che si tratta della prima opera su questo argomento in circolazione, bensì di quella che per prima presenta una dottrina organica e compiuta della materia.
Ma quella di Adam Smith non è un'opera storicamente importante solo per ciò che rappresenta in sé stessa, quanto anche per il periodo storico in cui essa ha ha visto la luce, denso di avvenimenti che avrebbero segnato profondamente il corso successivo della Storia. Il libro è infatti pubblicato nel Marzo di quello stesso anno in cui, il 4 Luglio, i coloni inglesi d'Oltreoceano proclameranno la loro Dichiarazione di indipendenza, che darà il via alla Rivoluzione americana nei confronti della madrepatria. Ma quelli sono altresì gli stessi anni in cui James Watt, compatriota di Smith, sta armeggiando con la macchina a vapore, quella che di lì a poco, con tutte le applicazioni che renderà possibili, darà il via alla Rivoluzione industriale. Laddove a Parigi entro poco più di vent'anni esploderà la Rivoluzione francese. Insomma, l'Economia politica si affaccia sulla scena mondiale proprio all'imminente vigilia di inauditi rivolgimenti politici, sociali ed economici, dei quali la corrente di pensiero liberale è protagonista nel bene e nel male. Non bisogna infatti dimenticare che il Liberalismo è stato ai suoi albori un movimento di idee filosofiche e politiche, prima che economiche, che si è fatto promotore di istanze decisamente progressiste e rivoluzionarie. Ovviamente qui non è possibile scendere nei dettagli, ma basti dire che tanto il costituzionalismo anglo americano quanto l'Illuminismo francese hanno in comune una rivendicazione di libertà contro i plurisecolari privilegi dei sovrani e dei loro cortigiani aristocratici e clericali. Si trattava di battaglie per la conquista di nuovi diritti, miranti a superare tutte quelle restrizioni che impedivano le libertà di pensiero, di espressione e di stampa; oppure di religione e di opposizione politica; nonché, per finire, di commercio.
Si può dire infatti che quella economica è l'ultima delle libertà esplicitamente propugnata dai liberali. Però al tempo stesso in cui gli uomini che avevano a cuore questo particolare tipo di interessi sono stati fin dal principio tra i protagonisti del generale movimento di emancipazione dall'Ancien régime feudale e medievale. Infatti è proprio nel bel mezzo e sulla scia di tutti quei sommovimenti storici e sociali che travolgono l'Occidente a cavallo tra Sette e Ottocento, culminante nella Rivoluzione industriale, che si fa strada questa nuova categoria degli uomini d'affari, un'inedita formazione sociale a sé stante mai vista prima. Si tratta degli imprenditori di denaro, che ovviamente non sono comparsi dal nulla, ma sono piuttosto gli eredi dei ricchi banchieri e commercianti borghesi (abitanti del borgo cittadino) che fin dall'Età comunale del Duecento italiano avevano iniziato a darsi da fare. In ogni caso il peso sociale del ceto economico, accanto agli intellettuali, sarà determinante nella contrapposizione agli antichi interessi della tradizione nobiliare, dai cui vincoli costoro intendevano appunto liberarsi.
Ed è proprio di questa classe emergente che si occupa Smith, facendosi interprete degli interesssi che si andavano profilando con la nuova realtà economica. Ma l'aspetto più singolare e sorprendente del nostro Autore è che, sebbene l'economia di mercato fosse ai suoi tempi ancora lungi da venire, pure egli ne parla come se quelli che saranno i suoi effetti ce li avesse proprio sotto gli occhi, per di più con una profondità di sguardo e un'attualità di argomenti tali da impressionare ancora il lettore odierno. Come Karl Polanyi ha giustamente fatto notare, Smith è stato più che altro un profeta dell'economia capitalistica, uno che ha insomma previsto e descritto le cose come stavano prima ancora che accadessero, quando erano ancora appena evidenti. Ma, curiosamente, egli non è stato solo lungimirante rispetto al futuro, bensì ha anche del tutto frainteso il passato, diffondendo quel pregiudizio sull'universalità dell'uomo economico che avrà tanta presa negli economisti posteriori, secondo il quale la mentalità mercantile sarebbe sempre esistita fin dagli albori storia umana. Ed è proprio riferendosi a questa totale mancanza di senso storico che Polanyi, a proposito di Smith, osserva come «nessun fraintendimento del passato si è mai dimostrato maggiormente profetico rispetto al futuro» (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2008, p. 58). Bisogna quindi dare atto al nostro economista della sua acuta e precorritrice visione del mondo umano moderno, per quanto parziale e puramente economicistica essa sia stata. Ma al tempo stesso, come minimo, bisogna anche riconoscere lo spregiudicato cinismo con cui egli esprime la sua amara e profetica verità, di come cioè egli parli del lavoro e della condizione dei lavoratori, dettagliatamente descritta nei suoi aspetti tragici e miserabili di uomini ridotti a semplici accessori dell'impresa, senza mostrare il benché minimo turbamento per quello che dice, e anzi facendosi propugnatore di quel sistema come se si trattasse della cosa più naturale del mondo, nonché indispensabile al progresso umano! E per quanto più ingenuo che malevolo Smith sembra essere stato, ciò non toglie la sua mancanza di scrupoli a dir poco sconcertante, di un uomo del tutto sordo e cieco al fatto che stesse parlando di suoi simili come se fossero merci o macchinari tra gli altri a disposizione o al soldo degli imprenditori. Una mentalità a dir poco disumana, che qui vedremo nella sua espressione originaria, e però ancora per così dire schietta e sincera; quella stessa che, sebbene mascherata, si riscontra intatta nei nostri ben più scaltri economisti, imprenditori e politici odierni.
Il presente saggio, a parte l'ultimo capitolo, si limita all'esposizione del primo dei cinque Libri di cui si compone l'opera di Smith, quello senz'altro più importante. Non che gli altri siano meno interessanti, ma il loro contenuto è più tecnico e più datato. Essendo poi lo scopo di questo studio far vedere più che altro cosa sia veramente la concezione liberale dell'uomo e della società, quel materiale limitato è più che sufficiente.
Troppo spesso si trascura il fatto che Smith ha scritto un secolo prima di Marx, e che è stato lui a coniare termini come "padrone", "operaio", "salario", "profitto", "interesse di classe", eccetera. Così come troppo facilmente si taglia corto col marxismo come fosse una vecchia "ideologia" da relegare in soffitta, specialmente dopo la sua presunta caduta definitiva seguita al crollo del Muro di Berlino. Come se il regime sovietico staliniano fosse stato un autentico sistema sociale alternativo a quello occidentale, invece che una spietata dittatura paragonabile a pieno titolo ai vari Fascismi europei. Laddove si considera il ben più attempato liberalismo come una dottrina ancora attuale e nientemeno che "rivoluzionaria", come ancor oggi viene proclamata dalla Destra berlusconiana, la quale si fregia di perseguire appunto una neo «Rivoluzione liberale», quasi fosse una panacea sociale invece della solita minestra che ci sorbiamo ormai da due secoli. Il dato di fatto è che l'economia di mercato è stata vincente fin dall'inizio, che il suo dominio e predominio è attestato dalla sua estensione globale attuale, e che la parentesi dei regimi presunti socialisti o comunisti non l'hanno minimamente scalfita. Né è difficile capire come e perché sia andata e vada così, perché questo è il sistema economico e sociale caldeggiato dai poteri forti. Una minoranza di uomini, gli imprenditori, - spalleggiati da banchieri, politici e preti - i quali detengono e maneggiano il denaro col quale tengono in mano tutti gli altri. Denaro che tra l'altro al giorno d'oggi non vale il becco d'un quattrino! Laddove ai lavoratori, come vedremo Smith stesso noterà, tocca di adattarsi e rassegnarsi alla loro condizione "subordinata", per dirla in termini da Codice civile, nonostante essi rappresentino la reale forza numerica e produttiva della ricchezza sociale. E così sia, diceva Smith e ripetono oggi i fautori dell'economia liberale, perché questo sarebbe il sistema che garantisce il progresso del bene comune e della pace sociale, sebbene esso sia mosso dall'interesse privato e dalle guerre commerciali! E se all'ipocrita ottimismo liberale si aggiunge la generale ignoranza dei lavoratori, è facile capire come questo sistema difficilmente verrà meno, nonostante anche il pianeta sia ormai devastato. Perché finché non c'è conoscenza è come vivere senza sapere ciò che si fa e come parlare senza sapere ciò che si dice.
Ecco quindi in soldoni cosa può voler dire essere marxisti oggi: schierarsi dalla parte dei lavoratori, per quanto banale possa sembrare. Ma farlo seriamente però, il che non vuol dire reclamare migliori salari, per quanto importanti siano le rivendicazioni sindacali, bensì far aprire loro gli occhi su questo nostro mondo umano cosiddetto "civile". Significa cioè mettere in campo un'operazione nientemeno che culturale, acquisire e divulgare un sapere, dal quale solo un nuovo fare potrà conseguire. Non a caso l'opera principale di Marx si intitola Il Capitale, e non invece Il Comunismo, proprio perché è sulla realtà concreta e vivente che egli si sofferma, e non su una ideale e immaginata. Né è un caso che una delle prime letture del "nonno" del Socialismo sia stata proprio l'opera del "bisnonno" del Liberismo che qui viene proposta. Perché già solo con l'accostarsi a Smith, tra l'altro molto più accessibile, i lavoratori capiranno veramente come funziona l'economia di mercato. Allora non si accontenteranno più di chiedere un aumento del salario, ma contesteranno la nozione stessa di salario, che si rivelerà stare in piedi solo in funzione della controparte del profitto.

P.S. Le citazioni riportate sono tratte da:
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1995.

1. Divisione del lavoro e psicologia di mercato

L’esordio dell’opera ne rispecchia fedelmente il titolo, essendo appunto dedicato alla ricerca di quale sia la «causa principale del progresso» umano, che Smith intravede giustamente nel lavoro. Solo che, a dire il vero, più che sulla "ricchezza delle nazioni" in realtà è su quella degli individui che il nostro Autore concentra la sua attenzione; e anche quando si occupa effettivamente di economia politica internazionale, egli ne parla in fondo proprio come se ciascuno Stato fosse una singola famiglia o impresa. Il che sarebbe anche legittimo, se non fosse però per il suo confondere continuamente le due cose, identificando il bene sociale comune delle nazioni con quello personale privato degli imprenditori. Denotando come già allora egli fosse per quella che oggi è di moda definire "economia sociale di mercato", una patente e fraudolenta contraddizione di parole. E infatti già la breve Introduzione è significativa dell'impostazione controversa che l'Autore intende dare alla sua ricerca. Da un lato la prima espressione che egli usa è proprio «Il lavoro», riconosciuto come la reale fonte creatrice della ricchezza, quella che permette di realizzare in ogni nazione la costituzione di un «fondo» di sussistenza comune, una sorta di prodotto interno dal quale gli individui e gli Stati possano attingere per poter vivere. Al tempo stesso però in cui egli fa capire altresì la sua nozione per così dire mercantilistica di quella specifica attività umana, ponendo subito all'attenzione del lettore più l'equivalenza del «prodotto» del lavoro con «ciò che si compra con esso», ossia del frutto del lavoro con il denaro, piuttosto che con il lavoratore. È singolare come a questa nozione indifferente di merce-denaro con cui Smith apre, appunto come se merce o denaro fossero la stessa cosa, si contrapporrà in seguito Marx, il quale al contrario esordirà nella sua opera principale proprio con la distinzione tra «Merce e denaro», come recita il titolo della Sezione prima del Libro primo de Il Capitale, chissà se proprio in polemica con la confusionale uguaglianza stabilita invece da Smith tra le due cose. Sta di fatto che nel nostro caso presente tale equiparazione immediata di merce-lavoro-denaro ha però un inconveniente non trascurabile, che finisce per confondere e sostituire la produzione finalizzata all'uso e consumo dei lavoratori con quella per lo scambio fine a sé stesso degli imprenditori. Il che denota come già dalla prima pagina con il nostro Autore abbiamo il presagio dello spregio che il liberalismo economico mostra di avere nei confronti del lavoro umano, che sebbene concepito e riconosciuto così essenziale alla nostra specie, pure è ridotto immediatamente a una "merce" in compravendita come un’altra.
Smith concepisce dunque la centralità del lavoro fin da subito, sì, ma non per considerarlo un fine di per sé, quanto piuttosto un mezzo per qualcosa e qualcun altro. Un mezzo efficiente, poi, che proprio grazie alla sua «divisione» ha permesso di garantire quell’aumento considerevole delle «capacità produttive» degli uomini, da cui solo può conseguire l'arricchimento e la "ricchezza delle nazioni". Ora, su questa osservazione circa l'efficacia della divisione del lavoro il grande economista in effetti ha ragione, ed ha anche le prove di quanto sostiene. Gli basta fare il semplice esempio dello «spillettaio», secondo cui un singolo uomo «difficilmente riuscirà a fare uno spillo al giorno», laddove mettendo insieme «dieci persone», ciascuna impegnata in una sola singola operazione, esse arrivano a «fabbricare, fra tutti, più di quarantottomila spilli al giorno (p. 67)! Il che non fa una piega, e come premessa questo dato non può che essere unanimamente riconosciuto. Piuttosto sono gli sviluppi e le conseguenze liberali di tale impostazione che lasciano a desiderare, laddove ci si metta nei panni dei lavoratori, ovviamente. Allora si vede chiaramente che tale declamata divisione del lavoro, così fruttifera di produttività, si traduce però altresì fatalmente in divisione tra gli uomini; e che i pur evidenti vantaggi economici di quella organizzazione della produzione si rivelano tali solo per i pochi ricchi imprenditori della nazione, e proprio a danno della stragrande maggioranza dei lavoratori poveri!
Intanto c'è da dire che la divisione del lavoro, se è per questo, esisteva già all’Età della pietra, quella tra gli uomini cacciatori e le donne raccoglitrici; così che quando l'attività propriamente lavorativa in realtà nemmeno esisteva ancora, pure c'era una divisione tra le diverse mansioni dei cavernicoli impostata sul genere sessuale degli individui. E c'è da sottolineare anche un altro fatto, che l’aumento della produzione che si andava presagendo ai tempi di Smith era dato in realtà più dalle macchine che altro, le quali anzi erano proprio loro ad imporre la separazione tra le varie fasi produttive. Per dire come si possa anche concedere che la divisione del lavoro sia un fatto naturale, come Smith insiste che sia, ma solo nel senso in cui lo è stata per l’umanità primitiva. Laddove con l’introduzione dei macchinari nella produzione, fin dall'epoca preindustriale di Smith, essa è piuttosto un’operazione artificiale e forzata, certamente permessa dai progressi scientifici e tecnici, ma poi dettata unicamente dagli interessi privati imprenditoriali, nonché, ancora una volta, a totale discapito di quelli sociali dei lavoratori.
Ma il nostro Autore non bada a certe sottigliezze, e in quella "divisione" di cui parla egli vede solo una sorta di regola spontanea e universale che vale per tutti i tipi di lavoro possibili tranne uno, a parte il quale, «nella misura in cui può essere introdotta», porta infallibilmente copiosi frutti di produttività! La sola eccezione alla regola egli la intravede nel lavoro agricolo, che a differenza di quello manufatturiero di città non si presta all’esclusività delle mansioni da svolgere: «È impossibile separare del tutto l’attività dell’allevatore da quella del coltivatore, come avviene invece in genere del mestiere di falegname rispetto a quello del fabbro» (Ibid.). Solo che in questo caso più che del lavoro si tratta di una divisione dei lavori, il che non è lo stesso. Perché un conto è dividere il lavoro di falegnameria in diverse fasi tra diversi uomini, e un altro invece la separazione tra la falegnameria e gli altri mestieri. Ma è presto chiaro come sia la divisione all'interno dei singoli lavori quella tanto cara a Smith, e che egli auspica come il miglior toccasana dell’economia. Perché quando si guarda, come fa lui, principalmente alla resa economica dell'impresa, si vede che la maggiore produzione possibile si ottiene appunto proprio con quella pignola diversificazione e semplificazione delle varie mansioni lavorative, ciascuna poi opportunamente assegnata al singolo lavoratore per tutta la vita, che così può diventare sempre più veloce nel compiere il solito suo gesto! Il nostro economista nota infatti come siano «tre diverse circostanze» quelle che rendono vantaggiosa la divisione del lavoro, senza badare se lo siano più per chi la applica che per chi la subisce: «l’aumento della destrezza» cui perviene colui che compie sempre la medesima azione; il «risparmio di tempo» che ciò comporta, circostanza questa che però è un’evidente conseguenza della prima; e, più importante di tutte, l’«invenzione di un gran numero di macchine» (p. 68). Le quali ultime sarebbero quindi più la conseguenza che non il presupposto della divisione del lavoro, visto che la loro stessa invenzione deriverebbe da essa: «Gran parte delle macchine (...) furono in origine invenzioni di comuni operai» (p.70). Smith immagina insomma costoro che, messi lì a fare sempre la stessa cosa, invece di ottundersi la mente «finirono per indirizzare il proprio pensiero a escogitare metodi più facili e rapidi per compierla» (Ibid.)! Ora, non è escluso che questa cosa possa anche essere successa qualche volta, però James Watt, ad esempio, non era certo un operaio alla catena di montaggio, così come non lo sono stati i suoi colleghi scienziati e inventori che lo hanno preceduto e seguito!
Quello del nostro Autore si rivela insomma un fin troppo facile e a buon mercato ottimismo. Un carattere classico, un tratto tipico che sarà distintivo anche di tutta la successiva ideologia liberale. Anche questo lasciato presagire da Smith fin dall'Introduzione alla sua opera. Dove egli spiega infatti che in economia, alla fine, tutto sta nel «rapporto» che in ogni nazione si istituisce tra i prodotti del lavoro e il loro consumo, dipendente dalla capacità produttiva del lavoro in relazione al numero dei consumatori finali, compresi i molti dei quali però non lavorano. E si badi che di questi ultimi egli non sta parlando dei vecchi e bambini, che pure devono naturalmente sussistere senza produrre, bensì di quelli che pur non partecipando alla produzione, pur non svolgendo alcun «lavoro utile» per gli altri, pure vengono mantenuti e anzi consumano più di tutti! Ma non lo dice per criticare un tale stato di cose, per denunciare i danni sociali che gli esosi parassiti provocano, bensì per mostrare come «il prodotto complessivo del lavoro sociale è così grande che tutti gli individui ne risultano spesso abbondantemente provvisti», cioè appunto non solo i modesti lavoratori bensì anche i fannulloni gentiluomini! Non solo, ma con l'efficiente ed efficace divisione del lavoro, anche «la parte (...) di cui può godere un operaio frugale e industrioso, anche del più umile dei ceti poveri, sarà sempre maggiore di quella che può ottenere un selvaggio» (p. 63). Concetto ribadito alla fine del capitolo, dove l’Autore sostiene come anche i contadini nel mondo civile condurrebbero una vita da re, sebbene solo relativamente: «la distanza che separa un principe europeo da un contadino industrioso e frugale è meno grande di quella tra quest’ultimo e i vari re africani, padroni assoluti della vita e della libertà di diecimila selvaggi nudi» (p. 72)! Concezione rintracciabile del resto già in Locke, il quale nel suo Secondo Trattato sul Governo (V, 41), riferendosi agli Indiani americani che non svolgono alcun tipo di attività lavorativa, nota che «là il sovrano di un ampio e fertile territorio mangia, alloggia e veste peggio di un lavoratore a giornata in Inghilterra».
Tutto ciò rivela la mentalità ambiguamente ottimista e fittiziamente progressista del liberalismo e di Smith in particolare: la ricchezza delle nazioni civilizzate prodotta dal lavoro umano è talmente opulenta da essercene per tutti; essa è tale da permettersi di mantenere non solo il lusso dei nobili parassiti, ma anche la "frugalità" di operai e contadini, i quali non si possono lamentare della loro per quanto indigente condizione, poiché è tuttavia pur sempre più agiata che non quella dei "selvaggi" primitivi! L'importante è che la ricchezza venga prodotta, poi come viene redistribuita e consumata è un dettaglio che non conta, nemmeno quando si verifica nel modo più iniquo possibile. Una concezione a dir poco meschina, gretta, disumana, tipica della nascente "civiltà" mercantile, che tradisce subito come il suo interesse e la sua approvazione siano rivolti essenzialmente e inequivocabilmente agli uomini del denaro, più che a quelli del lavoro, e anzi a favore di quelli proprio a scapito di questi ultimi! È evidente dunque perché quello liberale è un ottimismo del tutto ideologico, allorché trascura e tralascia del tutto di considerare la forzata distinzione e separazione tra chi la divisione del lavoro la impone e chi invece è costretto a subirla, tra chi insomma concepisce il lavoro come un mezzo da sfruttare e chi invece lo preferirebbe come un fine da realizzare. Non solo Smith non fa caso a certe cose, ma senza il minimo pudore tende a rovesciare la realtà, parlando dei presunti “vantaggi” che la divisione del lavoro significherebbe anche per i lavoratori. Ecco, pare proprio di stare a sentire Aristotele che dice quanto la schiavitù sia proficua per gli stessi schiavi, oppure Gesù che dichiara «beati» gli ultimi perché in fondo è buon per loro essere tali! Così per il nostro Autore la copiosa produttività che la divisione del lavoro procura, significa ottenere una «prosperità che estende i suoi benefici fino alle classi più basse del popolo», cioè i lavoratori operai e contadini, così che «una generale abbondanza si diffonde fra tutti i ceti sociali» (p. 71)! Con tale sistema di organizzazione del lavoro e della società, dunque, produttività e produzione sono tali da essercene per tutti, e cioè non solo per il guadagno dei «mercanti e (...) trasportatori», per il mantenimento dell'ozio aristocratico e clericale, ma altresì anche per la sussistenza della popolazione più povera, che con il proprio umile lavoro riesce comunque a procurarsi tutte quelle cose d’uso comune di cui ha bisogno: «L’abito di lana col quale si ripara il lavorante a giornata, per esempio, per grezzo e ruvido che sia, è il prodotto del lavoro congiunto di una moltitudine di operai» (Ibid.). Ed è proprio grazie alla divisione del lavoro tra di essi che costui arriva ad ottenere e godere il suo abito, del quale quindi, per quanto da straccione possa essere, egli deve pur sempre essere grato, anziché magari lamentarsi! Come si vede quella di «classi» o «ceti sociali», come anche altre che incontreremo, non sono nozioni marxiste! Già Smith parlava di certe cose in certi termini, solo che egli le considerava come se fossero istituzioni sacrosante, quasi istituite dalla Natura o da Dio! Appunto esattamente come Aristotele aveva detto essere della schiavitù! Di qui sorge dunque legittimo il dubbio, se la divisione del lavoro allevia veramente la miseria della gente, oppure piuttosto la produce.
Dopo che la divisione del lavoro è stata presentata come ciò che viene e che sta prima di tutto, essendo da essa che proviene il progresso e la ricchezza delle nazioni, Smith si propone invece di indicare da dove essa a sua volta deriva, quale sia insomma il «principio che (le) dà origine». Ebbene salta fuori che si tratta di «una particolare inclinazione della natura umana (...): l’inclinazione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con l’altra» (p. 72). La divisione del lavoro non conseguirebbe dunque dalla produzione, bensì dallo scambio; e non tanto come atto pratico, quanto piuttosto come una sorta di potenziale propensione psicologica ad esso. Una specie di tendenza innata, tanto forte da far sì che la divisione del lavoro ne dovrebbe conseguire necessariamente, o naturalmente, come Smith ama più spesso dire. Di più, tale "istinto" per così dire commerciale è da lui indicato come la vera essenza dell’uomo, quella che lo distingue realmente dagli altri animali, i quali infatti non fanno scambi tra di loro. Si tratterebbe insomma di una disposizione tipica, caratteristica, che «è comune a tutti gli uomini e non si trova negli altri animali, che sembra ignorino ogni tipo di contratto. (...) Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare lo scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso» (Ibid.). Vero, però se è per questo nessuno ha nemmeno mai visto un cane lavorare! E Smith non è nemmeno sfiorato dall’idea che sia invece proprio il lavoro, e non il mercato, la vera essenza e attività essenziale dell’uomo, quella che realmente lo distingue dagli altri animali e che lo fa primeggiare sulla Natura. In realtà questa presunta tendenza naturale degli uomini a trafficare è il maggior pregiudizio che il nostro bisnonno dell'economia politica ha lasciato in consegna ai colleghi liberali successivi, ai quali non sembrava vero poter contare sul fatto che la mentalità mercantile di cui si ergono a paladini fosse sempre stata e sempre sarà specifica dell’essere umano proprio in quanto tale. Da quella che è stata poco più di una battuta di Smith si è generata la tacita credenza che sia stato effettivamente sempre così.
Ora, non è difficile da un lato ammettere che l’attività dello scambio è effettivamente atavica dell’uomo, che egli si porta dietro fin dall’alba della sua comparsa, e che pratica non solo con i suoi simili, ma anche con la Natura. Come d’altra parte è naturale che sia, dato che gli uomini vivono per natura in gruppi sociali, il che implica per forza delle relazioni tra di loro. Infatti già il rapporto di una madre col figlio, al limite, è una forma di scambio. Ma occorre precisare questa affermazione proprio per distinguerla da quella di Smith. Un conto infatti è ritenere che lo scambio sia un fatto naturale della specie umana, appunto perché la nostra è una specie sociale, e lo scambio è un fatto sociale. Altro conto è invece, come egli lascia credere, che la qualità “naturale” degli scambi umani fosse proprio quella della peraltro ancora incipiente economia di mercato. Come se quella dell’uomo del denaro fosse l’unica figura possibile dello scambio, perché quella “universale” di tutti i tempi; come se quella di mercato fosse la forma ottimale e miracolosa dell’economia, perché la più conveniente, sia per gli uomini d’affari che per tutta la società nel suo complesso; come se la psicologia lucrosa del mercante, la sua intraprendente sete di guadagno, fosse la più esemplare ed efficiente per avere dei rapporti umani decenti e progressivi!
Ma Smith non si è limitato soltanto ad insinuare il suo dogma economico, bensì ne ha spiegato le cause, il fatto cioè che gli uomini sono spinti allo scambio a causa del loro reciproco essere bisognosi e utili, della loro vicendevole necessità di servirsi gli uni degli altri. Egli nota come, a differenza delle varie razze canine, le quali, pur appartenendo alla stessa specie hanno talenti diversi, che però non hanno la possibilità di scambiare proficuamente tra di loro; gli uomini hanno invece la fortuna di poterlo fare! Essi infatti traggono vantaggio proprio dalle loro differenze, o meglio, dai «diversi prodotti dei rispettivi talenti». A questo punto si torna così di nuovo dalla divisione del lavoro alla divisione dei lavori, per di più con una concezione che non sta in piedi. Ora Smith ipotizza infatti un mondo umano originario nel quale ciascun individuo si specializza nella produzione di un bene particolare che poi mette in vendita, così che tutti i prodotti del lavoro sociale, proprio grazie all’universale disposizione umana per il commercio, «si può dire vengano messi in un fondo comune in cui ognuno può comprare qualsiasi parte gli serva del prodotto dei talenti altrui» (p.74). Insomma, sembra una sorta del marxiano “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, con la sola differenza che per Smith è necessario l'intermezzo del denaro, senza del quale è impossibile accedere al consumo e si può anzi anche morire tranquillamente di fame! Ma il suo discorso, a parte le supposizioni fantasiose, inizia piuttosto a far intravedere un altro punto chiave, ossia come il progresso della produzione, con le sue divisioni economiche e sociali, oltre al presunto, ottimistico godimento generalizzato dei prodotti, implica anche un’altra conseguenza, vale a dire la reciproca, ma indifferenziata ed indifferente dipendenza che si instaura tra i singoli membri del corpo sociale, dettata appunto dall'estensione universale di una rete di rapporti commerciali del tutto impersonali, appunto perché mediati dal denaro.
Ora, è evidente come il nostro Autore difetta gravemente di senso storico, ignorando le varie fasi storiche in cui i rapporti economici sono evoluti, e lasciando anzi intendere come se non ci fossero sostanziali differenze tra la sua epoca e quelle più remote. Per lui il dato di fatto originario è la possibilità e capacità che gli uomini hanno di fare scambi economici tra loro, ai quali sarebbero naturalmente portati. Lasciamo perdere il fatto che, secondo le sue stesse parole che ribadirà ancora, gli scambi dovrebbero essere in realtà preceduti dalla divisione dei lavori; ma è la fin troppo semplicistica supposizione astorica che divisione del lavoro e «mercato» siano andati ampliandosi pari passo dalla per così dire Età della pietra in poi, a non essere accettabile. Egli fa anche dell’antropologia economica, sebbene a modo suo, cioè in modo del tutto fantasioso. Sostiene infatti che già nella preistoria, presso le «tribù di cacciatori o pescatori», la distinzione e separazione dei mestieri avvenisse con le stesse modalità che nell’epoca moderna, e cioè non già tra uomini cacciatori e donne raccoglitrici, come in effetti fu, bensì con l'idea che ciascun membro del gruppo tribale si sarebbe specializzato a produrre da sé e per sé un determinato genere di beni, per scambiare poi il proprio prodotto con quello degli altri attraverso il commercio. Egli immagina insomma una primordiale "economia di mercato" nella quale ciascun singolo membro della tribù o del clan sarebbe stato naturalmente portato a «dedicarsi a un’occupazione particolare, coltivando e portando alla perfezione il talento o l’inclinazione che si trova ad avere per un tipo particolare di attività» (p. 73)! Per non dire dell’equivoco, che fu anche di Locke (Secondo Trattato, V, 28 e 30), di considerare il cacciatore preistorico non solo “commerciante”, ma altresì “lavoratore”, denotando come che cosa sia veramente, il lavoro, costoro proprio non l’hanno capito.
Ma collegata alla dipendenza universale degli uni dagli altri, al bisogno e utilità reciproci, e a parte gli abbagli in cui si è imbattuto finora, il nostro economista ci fornisce anche una descrizione breve ma accurata della psicologia dei comportamenti che precedono, seguono e conseguono all’universalità degli scambi. Un affresco conciso ma minuzioso, e questa volta vero al cento per cento. Nonché incurante del fatto che tali tratti psicologici del tipo d’uomo dedito al commercio di solito non sono proprio belli da vedere e si tende piuttosto a nasconderli. Invece, per quanto essi rivelino i tratti in realtà antisociali di tali personaggi, egli li lascia trasparire a chiare lettere, senza ipocriti e falsi pudori. E la semplice, ingenua e senza malizia descrizione che ne risulta, rivela come siano proprio i moventi delle azioni economiche ad essere "maliziosi", non potendo essere dettati da altro che non sia un calcolo interessato di costi e ricavi; insomma sicuramente tutt’altro che dall’esigenza di una relazione sociale spontanea e sincera. I contrapposti interessi privati non possono che essere in conflitto-concorrenza, sia tra i lavoratori che tra gli imprenditori, nonché tra gli uni e gli altri. Questo implica inevitabilmente un contegno reciproco generale non proprio aperto e trasparente, poiché chiunque debba convincere qualcuno a fare qualcosa per sé, è portato a simulare il proprio egoismo, ed a far leva piuttosto su quello altrui. La reciproca ostilità universale è frenata solo se e finché c’è una reciproca utilità; il tornaconto personale di ciascuno si rivela essere il principio regolatore dei rapporti sociali di tutti. Non siamo proprio ai toni hobbesiani, però quasi. Piuttosto si tratta di una sorprendente e chiara trasposizione sul piano economico di quella stessa morale che Bernard de Mandeville aveva espresso ne La favola delle api (1724), dove illustrava appunto come la prosperità della società non fosse dovuta alle virtù dei privati cittadini, bensì ai loro vizi. Smith infatti fa doverosamente capire come la mutua dipendenza creata tra gli uomini da una società di mercato sia in realtà una forzatura obbligata, visto il clima che essa genera, nel quale ciascuno «ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell’assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l’amicizia di poche persone» (p. 72). Per l'uomo l'indispensabile bisogno dei suoi simili, a differenza del restante mondo animale, si rivela come un ingranaggio costrittivo rispetto al quale non può sfuggire, ma solo cercare di adattarsi.
Ed ecco le sue famose parole, forse le più esemplari della “psicologia di mercato”, che con un banale esempio dicono tutto: «Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi» (p. 73). Immaginiamoci, con questa mentalità, di fare una capatina al "mercato del lavoro", e con ciò abbiamo chiaro davanti i rapporti sociali determinati dal disumano umanesimo liberale, per il quale alla fine ognuno finisce per considerare sé stesso come lo scopo di tutto, e gli altri come un mèro mezzo da usare in vista di quel fine! Smith mostra qui una schiettezza quasi infantile, sembrando un bambino che confessa una marachella di cui non sospetta la gravità! E infatti non si coglie in lui il benché minimo disappunto per quello che sta dicendo, lasciando trasparire anzi un'intenzione apologetica piuttosto che critica. Quel dato di fatto, quella situazione sociale che egli con un semplice esempio descrive così bene, e che pure è così evidentemente contraria ad ogni principio di umanità, sembra invece per lui proprio il migliore dei mondi umani possibili, l’unico che sia da riconoscere e promuovere come tale, perché l’unico proficuo "per tutti"! Così, l’aver colto e messo in luce la non proprio innocua mentalità di una società di mercato, non gli ha impedito di farsi al tempo stesso paladino della “libertà” di quegli scambi commerciali così vantaggiosi "per le nazioni", scagliandosi contro tutto ciò che avrebbe potuto o voluto ostacolarli. È del tutto normale del resto, perché egli non era mica un “comunista”! Inoltre, solo il fatto che egli scrivesse quando quel tipo di società era ancora appena in fasce, basta a riconoscergli la buona fede intellettuale; ad ammettere che fosse sinceramente convinto come, all’alba della Rivoluzione industriale, quella sarebbe stata la vera via del progresso umano. E per di più azzeccando in pieno la previsione! L’appunto che gli si può fare, casomai, è il solito, che in quel benessere che presagiva all’orizzonte egli, piuttosto ipocritamente, enfatizzò più l’utilità sociale delle imprese, che non quella privata degli imprenditori! Né ebbe il minimo riguardo per i lavoratori, se non in quanto uno dei “costi” di produzione, accanto ai macchinari e le materie prime!
In un certo senso, e lo vedremo presto, Smith si rese conto di quel contrasto che sembrava profilarsi tra l’interesse sociale, pubblico, dei lavoratori che mirano alla loro sussistenza, e quello individuale, privato, degli imprenditori che invece "accumulano” i loro profitti; uno scontro tra due interessi e due “categorie” di uomini reciprocamente dipendenti, eppure al tempo stesso separati, divisi e diversi; anzi, due tipi di interesse proprio opposti, in un modo nuovo che così mai si era visto ancora! Ma di certo all’economista scozzese non interessava la lotta di classe! Egli caso mai, anche ammesso che abbia avuto un serio sentore di questi problemi, era tuttavia in ogni caso per la “concilazione” tra le parti, proprio come per ogni buon cristiano! E proprio come un prete dal pulpito sembra Smith dalla sua cattedra, quando con la sua suggestiva metafora di una provvidenziale «mano invisibile», tenta di giustificare tutto quanto accade come il meglio possibile di tutto quanto possa essere e accadere! Una “mano” che, proprio come il Dio delle religioni, muoverebbe di nascosto le cose, osservando e provvedendo affinché il bene comune sia conseguito; e ciò nonostante ciascuno con i propri traffici persegua soltanto i suoi egoistici interessi personali, e anzi proprio per questo! Ognuno si comporta pensando solo a sé, e però per fortuna che, facendo così, senza però né saperlo né volerlo, - proprio come delle marionette, e solo grazie alla “mano” di Dio che tira i fili - fa il bene di tutti! Ecco perché, con una simile concezione, diventa del tutto inutile litigare tra le parti sociali, perché già tutto va per il meglio così! Beato ottimismo!
È dunque su tutte queste false premesse che l’economista scozzese ha lasciato intendere come quell’arrivismo, quell’ipocrita pensare a sé cercando di mostrare il contrario, e insomma tutti i tratti tipici della psicologia commerciale, fossero universali, propri di tutte le possibili forme di scambio particolari, comprese quelle più primitive. In realtà un pregiudizio bell'e buono, che pure è stato però in seguito unanimamente e tacitamente condiviso dagli economisti ortodossi delle Università, ma in realtà mai approfondito e accertato. Infatti è perfino inutile dire che non è stato per niente così. Che sì, è vero che con la relazione dello scambio è sempre una stessa specifica sfera di azione e di relazione ad entrare in gioco, un’istituzione che è tipica e rintracciabile in ogni epoca. Ma che non è vero affatto che tale rapporto abbia assunto sempre la stessa forma economica e sociale che ha preso piede con l’economia di mercato. Il che è del resto fin troppo ovvio. Invece cos’è successo, che Smith ha messso in giro quella voce ai suoi tempi, con la pubblicazione della sua opera, mentre tutti gli "scienziati" successivi quella supposizione del loro maestro non hanno fatto altro che consentirla in silenzio.
Karl Marx in effetti è stato il solo che nell’Ottocento abbia fatto una seria obiezione a Smith, su questo punto tra gli altri. L'unico che insomma, più o meno, gli abbia detto: guarda Adam, che l’uomo “borghese” che descrivi non è affatto l’uomo naturale universale che credi, non è una verità eterna buona per tutte le stagioni della storia; al contrario, questo tipo umano di cui parli esiste ed è tipico solo dei tempi moderni, per cui è un prodotto, più che produttore, della storia. Ecco un suo passo dei Lineamenti fondamentali di critica all’economia politica del 1857: «I prezzi sono antichi, e lo è anche lo scambio; ma (...) si sviluppano sempre più compiutamente solo nella società borghese, nella società della libera concorrenza. Ciò che Adam Smith, in pieno accordo con le concezioni dominanti del XVIII° secolo, colloca nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, ne è piuttosto il prodotto» (K. Marx, Il denaro. Genesi e essenza, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 25). In seguito poi soltanto negli anni Venti del secolo scorso quella pretesa assurda di Smith è stata messa in discussione, e non da un economista né da un “comunista”! Bensì da un certo Marcel Mauss, etnologo francese che si è occupato per primo proprio degli scambi presso le popolazioni primitive, attingendo ai lavori sul campo più accreditati dell’epoca, e dando così il via ad una corrente di antropologia economica che continua ancora oggi a gettare luce su come è andata veramente la vicenda storica degli scambi. Finalmente si sono messe da parte le elucubrazioni fantasiose e si è andati ad osservare direttamente la vita economica delle civiltà tribali ancora esistenti un po’ su tutta la Terra, permettendo una nozione ben diversa e ben più illuminante delle società primitive e dell'economia in generale. Ecco la conclusione a quest'opera pionieristica: «Sono state le nostre società occidentali a fare dell’uomo, assai di recente, un “animale economico”. (...) L’homo oeconomicus non si trova dietro di noi, ma davanti a noi (...). L’uomo è stato per lunghissimo tempo diverso, e solo da poco è diventato una macchina, anzi una macchina calcolatrice» (M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino 2008, pp.131-132). A questa corrente di pensiero si è inserito infine, sebbene per una via traversa, anche Karl Polanyi, socialdemocratico ungherese studioso dell’economia antica e critico di quella moderna, di cui ecco un passo tratto dalla sua opera fondamentale del 1944: «In realtà i suggerimenti di Adam Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. (...) e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa» (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2008., p. 58).

2. Lavoro e denaro

I capitoli seguenti sono quelli veramente fondamentali, perché introducono a quella che per il nostro Autore è la «misura reale del valore», che per lui equivale al «prezzo reale» delle merci, ovvero il lavoro. Che si distingue dal loro valore o prezzo «nominale» espresso in moneta. A prima vista, come già nell'Introduzione, potrebbe quasi sembrare di assistere ad uno Smith “socialista”, che riconosce al lavoro umano la vera fonte della ricchezza, invece che al denaro, ma è un’impressione appena passeggera. Per quanto sottile e suggestiva sia la distinzione messa in campo, è evidente che con lui non si esce dalla nozione di "prezzo", del lavoro come di qualsiasi altra merce. Infatti salta subito fuori che il presunto “valore” del lavoro di cui parla, in realtà, non è dovuto ai lavoratori che il lavoro lo fanno, bensì agli imprenditori che lo comprano e usano! La sua "misura reale" del proclamato valore del lavoro vede nel lavoro reale realizzato in carne e ossa poco più di un accessorio, per di più preso in considerazione giusto perché indispensabile agli obbiettivi dell'impresa! Del resto Smith non lascia spazio a dubbi: con lo spiegarsi dell'economia di mercato finirà che ciascuno «sarà ricco o povero secondo la quantità di lavoro che può comandare, ovvero che può comprare. (...) Il lavoro è dunque la misura del valore di scambio di tutte le merci» (p. 82)! Non è difficile da capire, anche perché più chiari di così si muore! Il lavoro dunque, più che un valore in sé e per sé si rivela essere un valore in altro e per altro. Più che un’attività essenziale degli uomini che lo fanno, il nostro Autore lo vede una merce come un'altra, sebbene a suo modo particolare, trattandosi di uomini, e però ugualmente "oggetti" a disposizione di altri uomini, che all'apposito "mercato" li comprano e li comandano! Eccola la verità della celebrata divisione del lavoro, nient'altro che una spregevole divisione e separazione di uomini, la parte minima dei quali sono protagonisti dell’arricchimento di sé stessi e delle nazioni!
Si tenga presente poi che tale ripartizione degli uomini in quelle due categorie, almeno finora, è del tutto arbitraria, senza alcuna giustificazione né logica né storica, per cui al lettore non resta altro che prenderla per buona. Perlomeno il nostro Autore chiarisce molto opportunamente un equivoco anche linguistico che va per la maggiore ancora oggi nel linguaggio comune e non comune, a proposito della famigerata espressione di "mercato del lavoro", quello dove si vedono, vendono, comprano e imparano molte cose. Egli mostra infatti come in quel "luogo" non sia l’imprenditore colui che dà il lavoro, bensì quello che piuttosto lo «domanda». Costui in effetti, recandosi laggiù, il lavoro lo cerca, e quando lo trova lo compra, offrendo in cambio il denaro a chi lo fa per lui. Laddove è il lavoratore che si rivela essere il vero datore di lavoro, quello che il lavoro lo offre, mettendo appunto in vendita sé stesso, e che in cambio del denaro che va cercando ubbidisce e lavora. Il bello di questa compravendita di uomini è poi che si tratta di un "mercato libero", dove ciascun attore dello scambio può del tutto liberamente vendere sé stesso oppure comprare gli altri! Si tratta di una puntualizzazione molto importante, e non solo per una correttezza logica e terminologica, bensì anche perché lascia comunque intravedere meglio il profondo conflitto di interessi che comporta quel rapporto di scambio tra lavoro mercificato e denaro mercificante. Sebbene Smith, il quale ha occhi solo per gli imprenditori detentori di denaro, sembra non si accorga che ai lavoratori tocca di recarsi a quel "mercato" con in mano la sola proprietà di cui dispongono, ossia la forza delle loro braccia, e che se non riescono a piazzare la loro "merce" sono destinati a morire di fame. Così come pare che trovi trascurabile la differenza dello scopo che muove gli avventori di quel "mercato", tra chi va per comprare il lavoro in vista di un profitto e chi invece per venderlo al fine di provvedere alla propria sussitenza.
E questa sarebbe la considerazione liberale del lavoro come misura “reale” del valore di ogni cosa, in verità una concezione disumana dell'uomo, a dir poco sconcertante anche per l'umanesimo più spicciolo, ma che pure ha preso piede e domina a tutt'oggi l'intero sistema dell'economia di mercato. Una concezione che, proprio per chi lavora ed il valore veramente lo crea, si rivela una tragica realtà, del tutto legale ma altresì per niente leale!
Ma la luce che Smith fa su questa vicenda chiarisce anche qual è il rapporto che finisce per instaurarsi tra lavoro e denaro; che, con la riduzione del lavoro a merce come un'altra, si rivela essere in realtà una relazione di identità bella e buona, e sia per il lavoratore che per l’imprenditore. È evidente infatti come, con tali premesse, sia che si lavori di persona o che si faccia lavorare gli altri, lo si fa sempre in ogni caso per denaro! Con l'imprenditore che impiega il proprio denaro nell'impiegare i lavoratori il cerchio si chiude, principio e fine del ciclo produttivo coincidono, laddove il lavoro dei lavoratori non è che un mezzo affinché quello stesso denaro torni indietro aumentato nelle mani dell'imprenditore. Il denaro di costui, del quale ancora non si conosce da dove sia sbucato, costituisce in ogni caso il motore principale che muove tutti gli attori del meccanismo produttivo. Giusto con un'altra differenza ancora, che il lavoratore con la sua opera si prende in carico «la pena e il disturbo» della produzione, laddove l’imprenditore con il suo denaro quella fatica se la risparmia!
Questa la realtà nuda e cruda descritta a chiare lettere nell'opera "madre" dell'economia politica, per quanto Smith insista a precisare con enfasi come non sia il mèro denaro, bensì il vero lavoro a creare valore. Solo che, se non proprio vile denaro tout court, egli non riesce a concepire l'attività altro che come una sorta di premoneta, definendo il lavoro appunto come «il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose» (p. 83)! Ma dietro una tale pomposa e ipocrita dichiarazione egli stesso ammette che si nasconde un'altra realtà, ossia che il vero potere lo detiene chi ha in mano il denaro, con il quale si può appunto comprare il lavoro altrui, o, che è lo stesso, i suoi prodotti. Finché alla fine lo confessa apertamente, che «sebbene il lavoro sia la reale misura del valore di scambio di tutte le merci, non è per suo mezzo che il loro valore viene comunemente stimato» (Ibid.)! Se insomma il lavoro è in teoria la vera "misura" dei valori, pure i valori non si misurano in pratica con esso! Il che è del resto anche ovvio, essendo di fatto qualsiasi altra merce, insieme alla stessa moneta, molto più agevole da misurare. Così com'è evidente che oggetto degli scambi non è mai una determinata «quantità di lavoro» di per sé, bensì lo sono piuttosto i suoi prodotti e il denaro. «La maggioranza della gente, poi, comprende meglio ciò che si intende» in questo modo, perché una qualsiasi merce «è un oggetto semplice, palpabile», proprio come lo è la moneta, mentre il lavoro in sé stesso è «una nozione astratta, la quale (...) non è affatto altrettanto naturale» (p. 84). Il lavoro insomma, che pure costituisce il valore «reale», concreto di ogni cosa, si rivela essere in realtà un’astrazione per l'economista; laddove la moneta, che pure rappresenta invece solo il valore «nominale», formale, finisce invece per diventare di fatto la protagonista degli scambi! Con questo stravolgimento completo delle premesse ideologiche sul lavoro che si giustifica, magnanimamente, con il consentire una più facile comprensione delle cose da parte della “gente” comune! Naturalmente insieme all'enorme agevolazione degli scambi commerciali che la semplificazione monetaria ha permesso rispetto al baratto.
Naturalmente per il nostro economista è un bene che sia andata così, e per fortuna che il denaro abbia come misura preso il sopravvento sul lavoro, nonostante sia il valore del lavoro ad essere stabile, mentre quello degli stessi metalli monetali è variabile quanto ogni altra merce! Perché in ogni caso niente meglio del denaro, nella sua semplicità, facilita le operazioni di scambio tanto care all'economia di mercato. Su questo punto Smith scopre in un certo senso ulteriormente le sue carte, rivelando esplicitamente la differenza che passa nella sua concezione, a seconda che la si guardi dal punto di vista del lavoratore o dell’imprenditore. Egli infatti, dopo aver sottolineato ancora la stabilità del valore lavoro, nota una circostanza all'apparenza contraddittoria, che: «sebbene uguali quantità del lavoro siano sempre di uguale valore per il lavoratore, per colui che lo impiega esse appaiono a volte di maggiore e a volte di minor valore» (p. 85)! Ecco, per chi il lavoro lo compra esso è per forza una merce come un’altra, sebbene in carne e ossa, per cui come tale il suo valore è soggetto alle normali variazioni dei prezzi sul mercato. È dunque del tutto naturale per l’imprenditore considerare il lavoro del lavoratore un costo di produzione come un altro, qualcosa che «in un caso gli appare a buon mercato e in un altro caro» (Ibid.), ossia con un prezzo nominale in moneta alle volte inferiore e alle altre superiore al suo valore reale! Siamo dunque di fronte ad un'ulteriore sconcertante equiparazione di valore tra il lavoro umano ed una qualsiasi altra merce; una deprecabile concezione dell’uomo oggetto lavoratore, a disposizione dell'uomo soggetto imprenditore, il quale riesce a vedere nell'altro soltanto un semplice mezzo di produzione, da comprare e adoperare, proprio come se fosse un macchinario qualsiasi. Eccolo il liberalismo propugnato da Smith, la “mano santa” da lui descritta così bene ed il cui spiegamento egli auspicava a tutti i costi, ma che osservato dalla parte dei lavoratori suona evidentemente in modo diverso! Un liberalismo che infatti è liberale solo con gli uomini d'affari, mentre riduce tutti gli altri alla condizione di semplici, indifferenti oggetti d’uso e consumo, la più ripugnante che ci possa essere al giorno d'oggi, degna erede della tradizione schiavistica antica e della servitù medievale. Un liberalismo per di più condito, anzi mascherato, con l’ipocrita valorizzazione del lavoro in quanto tale, come continua a ripetere Smith fino alla fine: «Risulta quindi evidente che il lavoro è la sola misura universale del valore, oltre che la sola precisa, ovvero che è la sola unità di misura per mezzo della quale possiamo paragonare i valori di diverse merci in tutti i tempi e in tutti i luoghi» (p. 87). Quand’anche al tempo stesso il suo posto venga preso e soppiantato in tutto e per tutto dal denaro e dai suoi giri!
Ma con tutto ciò siamo ancora poco più che agli inizi dell'impostazione smithiana dell'economia politica e della società. Il bello deve ancora venire, o, se si vuole, al peggio non c'è mai fine, come si vedrà ora con l'argomento relativo al «prezzo delle merci», e in particolare sulle «parti componenti» nelle quali esso si suddivide. Sarebbe a dire che quando si acquista qualcosa al mercato, il prezzo che si paga è una somma di denaro, la quale va in realtà a coprire la remunerazione dei diversi soggetti che, a vario titolo, hanno contribuito alla produzione e messa in vendita di quell'oggetto finito, che il consumatore finale appunto acquista e usa. Ebbene, se finora al "mercato del lavoro" abbiamo incontrato le figure di lavoratori e imprenditori, ora il quadro si allarga, per completarsi con la comparsa di un nuovo tipo d'uomo, nonché con l'approfondimento dei vari personaggi sulla scena. Diverse cose di quanto vedremo le abbiamo già anticipate nelle pagine precedenti, solo che ora le ripeteremo con le parole stesse di Smith. A questo proposito egli parte dalle per quanto fantasiose origini, e precisamente dallo «stato primitivo e rozzo della società», quello nel quale ancora «l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore» (p. 95). Si tratta ancora di un'evidente reminiscenza lockiana, autore peraltro mai citato da Smith, ossia della vaga concezione di una sorta di "comunismo" primitivo in cui non esisteva altra proprietà che non fosse quella appunto del proprio lavoro di ciascuno. Ma si tratta giusto di una premessa formale che serve solo per arrivare al sodo della questione, a quando gli uomini si fanno più intraprendenti, appropriandosi della terra e accumulando patrimoni personali. Insomma, un'introduzione del tutto semplicistica, priva di qualsiasi fondatezza storica e scientifica, alla situazione concreta della moderna economia di mercato.
Sta di fatto che, una volta introdotto e consolidato il regime della proprietà privata, secondo il nostro Autore sarebbe successo che a un certo punto alcuni uomini si sono ritrovati a disposizione un bel po' di «fondi». Non si capisce come, perché questo egli non lo dice, e tuttavia ipotizza che a quel punto costoro non se ne staranno stati con le mani in mano, e quei "fondi" accumulati avranno cercato piuttosto di farli fruttare. Così a tal fine «li impiegheranno naturalmente nel mettere al lavoro gente operosa, a cui forniranno materiali e mezzi di sussistenza allo scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiunge al valore dei materiali» (p. 96)! Ecco, detto fatto! Così, senza mezze parole, Smith descrive il passo, o forse piuttosto l'inciampo che, da una mitica, originale proprietà del proprio lavoro, ha condotto alla concreta, attuale proprietà del lavoro altrui! Grazie all'intraprendenza di alcuni uomini che avrebbero originariamente accumulato chissà come cospicui "fondi", avrebbe preso piede quella "naturale" usanza di far lavorare gli altri per sé, affinché quei "fondi" non se ne stessero inermi, bensì girassero, affinché crescessero nelle loro mani! Con tale innovazione succede che la presunta felice condizione primordiale dei lavoratori proprietari del loro lavoro è infranta. Ne segue che ora, con la nuova situazione che si è venuta a creare attraverso l'appropriazione terriera e l'accumulazione monetaria, «non sempre tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore» (p.97)! Ora, con la figura emergente dell'imprenditore che, "anticipandoli", «rischia i suoi fondi nell'impresa», il valore prodotto dal lavoro degli «operai» non è più loro, bensì deve subire una spartizione. Ecco la prima, accurata e famigerata distinzione tra le parti economiche e sociali, o, per dirla con Smith tra le prime due "parti componenti il prezzo delle merci": i «profitti dell'imprenditore» e i «salari» dei lavoratori! Da notare ancora una volta il particolare per così dire filologico, il fatto cioè che certi termini così eloquenti sia stato proprio il nostro economista a coniarli, e che insomma è da lui che la posteriore letteratura critica li ha tratti. Scopriamo così che con il gruzzolo in mano l'imprenditore non si getta nell'impresa per sport, né esegue il suo particolare «lavoro di ispezione e di direzione» per hobby. La sua azione è tutt'altro che disinteressata, e mira appunto al "profitto" che ne ricava, ossia all'aumento finale dei "fondi" iniziali che possedeva prima di "impiegarli" nell'impresa. Ecco, l'imprenditore mette per prendere, e anzi mette per prendere il più possibile più di quanto non abbia messo! I profitti poi hanno una natura loro tutta particolare, o per così dire una corsia preferenziale su cui viaggiano, nel senso che «sono regolati da principi assolutamente autonomi» (p. 96) rispetto a quelli che regolano i salari. Mentre infatti questi ultimi dipendono esclusivamente dalla quantità di lavoro prestato, i primi dipendono invece esclusivamente dalla quantità di fondi impiegati!
Ma manca ancora una voce all'appello, che reclama anch'essa una parte del prezzo che si ricava dalla vendita delle merci prodotte, quella del proprietario terriero. Figura ancora centrale all'epoca di Smith, quando le industrie non esistevano proprio, e corrispondente generalmente al "nobiluomo" di campagna. Sulle cui origini veramente manca qualsiasi ricognizione, sia mitica che storica, se non l'osservazione che costui ad un certo momento si sarebbe appropriato delle terre che prima si suppone fossero in comune, proprio come avrebbe l'imprenditore con l'accumulazione originaria dei suoi denari. Sta di fatto che costui si presenta come il terzo incomodo sociale, a reclamare la sua quota sul prodotto del lavoro degli operai per conto degli imprenditori. Sia che si tratti di lavoro agricolo o manufatturiero, dalla terra non si scappa, ed è proprio su quella e sui suoi prodotti che il proprietario esige la sua «rendita». Come dice così bene Smith, «i proprietari terrieri, come tutti gli altri uomini, amano raccogliere dove non hanno seminato» (p. 97)! Così costoro, per il solo fatto di essersi appropriati chissà come delle terre e delle sue risorse, vanno a costituire la "terza" classe della società liberale vivisezionata da Smith, quella che con la riscossione della rendita si prende appunto la «terza parte componente il prezzo della maggior parte delle merci».
Ora il quadro è concluso, i soggetti in campo, con la spartizione delle loro rispettive quote di partecipazione agli "utili", sono definitivamente definiti. Smith questo non lo dice, però qui assistiamo alla svolta storica che hanno segnato le Rivoluzioni dell'epoca, quelle politiche, americana e francese, e quella industriale inglese. E insomma è in mezzo a tali rivolgimenti che tra i mercanti tradizionali hanno cominciato a distinguersi questi uomini imprenditori di denaro, con le loro manifatture, e dietro di loro l'altrettanto nuova figura degli uomini operai di lavoro. Costoro sono comparsi accanto ai tradizionali, millenari "colleghi" contadini, e a fianco altresì della tradizionale nobiltà terriera, ancora in sella nonostante tutto, e all'occasione pronta a mettersi in affari. Il nostro economista si limita invece ad osservare come il lavoratore, che nell'epoca «rozza» della società di una volta, chissà quando, disponeva di tutto il prodotto del proprio lavoro, ora deve accontentarsi di un non proprio cospicuo "salario", per lasciare il resto al "profitto" dell'imprenditore e alla "rendita" del proprietario fondiario. Il lavoratore insomma, che già era comparso ed esisteva per primo sulla scena economica, con l'avvento di quelle due nuove categorie sociali che si sono fatte strada, è finito per diventare l'ultimo! Questo è il prezzo che gli è toccato di pagare al "progresso" sociale nazionale auspicato e promosso dal liberalismo economico! Per non dire dell'ulteriore corollario cui Smith fa semplicemente cenno alla fine di questo suo ragionamento, relativo ad una quarta figura che fa timidamente capolino, ma che in realtà già da tempo agisce dietro le quinte e che finirà per dominare la scena: quella di colui che i "fondi", pur accumulandoli, invece di impiegarli direttamente nella produzione preferisce darli in prestito, ed il cui reddito è definito «interesse o uso del denaro» (p. 99)! È la comparsa per così dire ufficiale della rendita finanziaria dei banchieri, che, semplice appendice nell'impianto di Smith, soppianterà ben presto quella terriera dei nobili ancora in auge ai suoi tempi.
In chiusura a questo denso capitolo di analisi economica e sociale il nostro Autore tira le somme semplificando le cose, e che lo faccia in modo piuttosto generico non è per questo meno significativo. Egli, con la solita candida ammissione, conclude ribadendo un'anomalia già espressa nell'Introduzione, per la quale in definitiva le società moderne si possono ridurre, invece che a tre o quattro, a «due diversi ordini» che si spartiscono il prodotto totale del lavoro nazionale: gli «operosi» e gli «oziosi». I quali ultimi non sono specificati chi siano, se non che si tratta di una ristretta minoranza, che non partecipa alla produzione ma che pure consuma più di tutti!
A questo punto, stabilite le varie ripartizioni che il valore dei prodotti ottenuti dal lavoro deve "naturalmente" subire, con l'affollamento dei tre pretendenti che reclamano la loro parte, si tratta di stabilire i criteri della misura di tale divisione, vale a dire la quota percentuale o «saggio» che di quei prodotti spetta a ciascuna delle tre parti in campo. A dire il vero non si tratta di definire quanto ciascuna categoria debba ricevere, poiché Smith osserva piuttosto che già ovunque «esiste un saggio ordinario o medio (...) regolato naturalmente», sia per i salari, che per i profitti e le rendite, chiamati i rispettivi «saggi naturali». Egli non spiega ancora come essi vengano "naturalmente" determinati, sebbene assicura che lo farà in seguito. Per adesso si limita a confermare quella divisione tra le tre "parti sociali" di cui ha parlato finora, limitandosi ad aggiungere, quasi insensibilmente, che si tratta di un fatto del tutto ovvio, come se l'esistenza di quelle tre categorie separate di uomini fosse un provvidenziale dettato della Natura! Su questa base passa alla definizione del giusto «prezzo naturale» delle merci, corrispondente appunto alla somma esatta dei tre "saggi naturali", spettanti percentualmente ai rispettivi pretendenti. Come dice così bene il nostro Autore, il prezzo di una merce è "naturale" quando «non è né più né meno di ciò che è sufficiente a pagare la rendita della terra, i salari del lavoro e i profitti dei fondi impiegati» (p. 100). Solo se soddisfa queste condizioni che ancora non sappiamo quali siano, allora la merce è prodotta, venduta e pagata «precisamente per ciò che vale». Come si vede egli non fa cenno alla figura autonoma del commerciante che compravende esclusivamente merci per così dire inanimate, evidentemente ancora associata a quella dell'imprenditore agrario o manufatturiero dei suoi tempi, che si occupava sia della produzione che dello smercio dei prodotti. Né tantomeno egli sembra far caso al fatto che il lavoratore, sballottato tra il mercato del lavoro e quello delle merci nella nuova situazione che si è venuta a creare, è però pur sempre lui il principale produttore iniziale e consumatore finale dei beni, nonostante la moneta si sia messa in mezzo e con essa le altre due classi sociali che reclamano la loro parte di reddito. Piuttosto per lui questa categoria di uomini, pur essendo di gran lunga la più numerosa e la più operosa nel vero senso della parola, è tutt'altro che princìpio e fine del ciclo produttivo, ma solo un suo mèro accessorio, un mezzo come un altro a servizio dell'impresa. Chi vale e chi conta veramente nel mondo così organizzato del lavoro è infatti l'imprenditore, e anzi il suo denaro, o meglio ancora l'uso capitale che egli ne fa quando lo impiega a far lavorare gli altri! E il nostro economista ci tiene infatti più che altro a precisare la legittimità del "profitto" di costui, dato che un certo volgare «linguaggio comune» lo considera invece più come un costo aggiuntivo artificiale che altro. Ebbene egli ripete in pratica come il "profitto" sia per l'imprenditore «il suo reddito, il giusto fondo per il suo sostentamento» (p. 101). Costui ha nientemeno che "rischiato" del suo, usando le risorse che aveva accumulato, chissà come, per "anticipare" i costi dell'impresa, vale a dire i mezzi e i materiali di produzione, nonché i salari dei lavoratori. Veramente i salari sono invece di regola posticipati ai lavoratori, e anzi questa "merce" è la sola che venga pagata solo dopo che se ne è fatto uso! Ma a parte questi dettagli, è per tutta questa sua intraprendenza che secondo Smith l'imprenditore ha come minimo il sacrosanto diritto ad approfittare per sé del lavoro degli altri!
Chiarito il punto che gli sembrava più sensibile, al Nostro tocca però riconoscere che non tutto fila liscio come dovrebbe, e che anzi capita spesso che possano sorgere complicazioni turbative il corretto andamento della produzione e degli affari. Infatti, mentre il "prezzo naturale", - ideale, perfetto, giusto - è quello che dovrebbe essere; succede di solito che invece un prezzo artificiale, - reale, imperfetto, ingiusto - è quello che è. Sarebbe a dire che il teorico prezzo naturale è nella maggior parte dei casi soppiantato da un «prezzo effettivo» di vendita, il «prezzo di mercato», generalmente superiore al primo, ma che può essere anche inferiore. Il fatto più curioso però è che la causa di questa innaturale variazione dei prezzi si deve alla legge più naturale dell'economia di mercato, quella della domanda e dell'offerta! Infatti è la «quantità» delle merci disponibile sul mercato quella che determina il loro prezzo, variabile in funzione della richiesta che ne viene fatta. Qualora la domanda di un bene dovesse superare l'offerta, allora il suo prezzo di mercato sale spontaneamente sopra quello naturale, per via della «concorrenza» che si crea tra i compratori; laddove in caso contrario il prezzo di mercato scende al di sotto di quello naturale, per via della concorrenza tra i venditori. In ogni caso, siano gli oggetti di scambio merci o lavoratori, è solo in un caso, con il perfetto equilibrio tra offerta e richiesta, che si potrà ottenere il giusto prezzo della merce, quello il cui incasso soddisferebbe nella stessa misura tutti gli attori del mercato che se ne spartiscono il ricavo, secondo le proporzioni "naturalmente" prestabilite tra di essi! Solo in tal caso, «quando la quantità portata al mercato è esattamente sufficiente a far fronte alla domanda effettuale e nulla più, il prezzo di mercato viene naturalmente a coincidere col prezzo naturale, più o meno esattamente» (p. 102). E un simile equilibrio, per quanto piuttosto precario, pure è interesse di tutte le parti sociali che venga perseguito, poiché solo in tal caso nessuno guadagna ma nemmeno perde più di quanto gli spetta, e sia il salario che il profitto che la rendita sono quelli giusti. Per fortuna che il mercato si autoregola per conto suo, ovviamente attraverso l'azione dei suoi attori, facendo in modo che, attraverso la leva della produzione, la merce offerta «si adegua naturalmente alla domanda effettuale». All'aumento o diminuzione del prezzo di una merce segue infatti rispettivamente l'aumento o la diminuzione della sua produzione, fino al riequilibrio del listino, così che l'auspicato prezzo naturale si rivela «in un certo senso il prezzo centrale, attorno al quale i prezzi (di mercato) di tutte le merci gravitano in continuazione» (Ibid.). E per quanto possano anche verificarsi «accidenti» speculativi che ostacolino tale corretto andamento bilanciato del mercato, pure essi non sono in grado di evitare che i prezzi tendano comunque infallibilmente verso quel «centro di riposo e di permanenza» che è il prezzo naturale. Ora, Smith come al solito non ci fa caso, ma vien da chiedersi cosa succede, seguendo il suo ragionamento, quando è al mercato del lavoro che la domanda è inferiore all'offerta, cioè quando sono in vendita più lavoratori di quelli richiesti. Forse che in tal caso, per riequilibrare il loro prezzo in calo, si dovrebbe diminuirne la produzione? Non è detto! È evidente tuttavia come questa sia una "merce" particolare, che male si adatta alle regole e leggi cui sottostanno le altre. In questo caso anzi l'imprenditore ha tutto l'interesse affinché tale "merce" sia abbondante e quindi costi meno, perché egli non è che la produce, né la deve vendere, ma la compra e basta! Per lui insomma il lavoratore di per sé ha solo un valore d'uso, e non di scambio, proprio come un qualsiasi altro macchinario, che meno costa e meglio è; ciò cui egli mira nell'impiegarlo sono invece i prodotti del suo lavoro, quelli sì degni della sua attenzione affinché il loro prezzo non scenda oltre una certa soglia "naturale"!
Ma il nostro economista non è nemmeno sfiorato da pensieri simili, per cui si capisce come egli sia sempre così ottimista. Del resto, quel vizio di trascurare del tutto l'interesse dei lavoratori nemmeno i liberali odierni se lo sono ancora tolto! E un ulteriore conferma di questo atteggiamento segue a ruota, con il nostro Autore che approfondisce l'analisi comportamentale degli attori economici sulla base dell'andamento dei prezzi di mercato, questa volta per di più con una sconcertante confusione e ambiguità dei ruoli. Ebbene, egli nota come, nel caso di una sovraproduzione di una merce, con conseguente diminuzione del suo prezzo di vendita al di sotto di quello naturale, allora per forza una delle tre parti in causa otterrà meno di quanto "naturalmente" le spetta. In tal caso succede che se è la rendita a diminuire allora il redditiero fondiario si ritirerà naturalmente dall'affare, così come farà l'imprenditore se è il suo profitto a calare, oppure il lavoratore allorché è il suo salario a diminuire. Insomma, ogni attore economico si ritira dalla scena produttiva, almeno finché la produzione non si riequilibria alla domanda effettiva, così che il prezzo della merce torni al suo valore naturale soddisfando così il reddito di ciascuno. Nel caso di una sottoproduzione accade invece il contrario: il prezzo della merce sale, e con esso il reddito di una o più delle tre parti. Se ad esempio è la rendita a salire, allora nuovi proprietari fondiari si daranno a quella produzione, e così si comporteranno la altre due categorie. Finché la produzione non raggiunge di nuovo il livello di equilibrio della domanda e dei prezzi. Ora, il discorso non farebbe una piega, se non fosse che Smith nei suoi esempi usa per due volte la stessa espressione: «il salario o il profitto» (Ibid.), distinguendoli dalla rendita quasi che fossero la stessa cosa! Proprio come se quelli che forniscono il lavoro oppure il denaro stessero esattamente sullo stesso piano e nelle stesse condizioni, nonché avessero uguali reazioni comportamentali alle fluttuazioni dei prezzi, con l'entrare e l'uscire indifferentemente dalla produzione a seconda della convenienza! Come se nel caso del lavoratore, a differenza dell'imprenditore, uscire "naturalmente" dalla produzione al diminuire del suo salario non voglia dire per lui morire "naturalmente" di fame! Come se costui, che ricava il suo reddito da una percentuale sul prezzo delle merci che produce, non fosse egli stesso una merce!
È veramente il colmo, che per di più non finisce qui, perché che non sia così è Smith stesso a confermarcelo nel seguito della sua esposizione, dove tralascia la fantomatica indifferenza tra salario e profitto, per parlare piuttosto «di merci o di lavoro». Donde esporre finalmente con chiarezza la radicalmente ostile distanza-vicinanza che in realtà esiste tra lavoratori e imprenditori, la loro mutua dipendenza pur nell'opposizione degli interessi, sancita dai loro rispettivi ruoli e redditi separati. Certo, egli non dice certe cose altrettanto esplicitamente, e tuttavia non lascia dubbi al riguardo. Soffermandosi sulle varie cause che possono più o meno influire l'andamento dei prezzi, e dunque dei redditi, egli nota come siano piuttosto i salari e i profitti a subire tali fluttuazioni, rispetto ad una certa relativa stabilità che hanno le rendite. Concludendo che quei due redditi sono influenzati dalla variazione dei prezzi «a seconda che il mercato sia largamente o scarsamente fornito di merci o di lavoro»! Ecco dunque come la fittizia congiunzione di indifferenza tra imprenditori e lavoratori, è sostituita da quella reale tra merci e lavoro, mostrando con fin troppa evidenza come l'una cosa valga l'altra, e come sia questo il binomio soggetto alla posizione più precaria nel contesto dell'equilibrio generale di mercato! Anzi, con un'ulteriore specificazione scopriamo che i lavoratori sono più precari ancora delle merci! Queste si rivelano infatti «lavoro già fatto», laddove gli operai in carne e ossa sono «lavoro ancora da fare»! E solitamente «il mercato è fornito scarsamente di merci, non di lavoratori» (p.104), per cui saranno fatalmente questi ultimi, proprio per la loro abbondanza, le "merci" più a buon mercato, le ultime ad avere valore per l'impresa! Che dire? No comment, perché per certe cose non ci sono parole, ma solo parolacce!

3. Salari da lavoro

Nei rimanenti capitoli del primo Libro si passano finalmente in rassegna i criteri che stabiliscono il fatidico giusto "saggio", l'aliquota "naturale" spettante alle tre parti componenti il prezzo delle merci, ovvero la corretta percentuale che del reddito complessivo della nazione deve andare alle tre rispettive categorie sociali. Smith lo fa partendo proprio dai lavoratori, la parte della società che abbiamo appena visto valere di meno, essendo la più numerosa e anzi anche in eccesso rispetto alla "domanda" che di essi viene fatta, e alla quale dunque spetta di meno! Ebbene, il "salario" sarebbe «la ricompensa naturale» (p. 107) ottenuta dall'operaio in cambio del lavoro che ha fatto! Egli ha lavorato, ma per conto dell'imprenditore, il quale lo ricambia con una somma di denaro, trattenendosi il prodotto del lavoro. Come sempre il Nostro abusa a piene mani e del tutto fuori luogo del termine "naturale", come se la tripartizione delle classi sociali e dei redditi nazionali di cui parla fosse tale, e non invece piuttosto del tutto artificiale o sociale. Del resto è lui stesso a contraddirsi, non appena aggiunge che il salario non esisteva prima che comparissero il profitto e la rendita, ripetendo l'esempio di quando allo stato "rozzo" e primitivo dell'umanità, quello appunto veramente naturale, ancora «tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, che non ha né proprietario fondiario né padrone con cui spartirlo» (Ibid.)! Quindi i casi sono due: o è l'uomo salariato attuale ad essere "naturale", oppure lo è la condizione primordiale dell'uomo, quando non c'erano ancora né imprenditori, né "mercato del lavoro", e dunque tantomeno "salario". Dire, come fa Smith, che lo sono entrambi, è troppo! Tuttavia non per questo le sue osservazioni sono meno illuminanti per il lettore. Egli immagina, sospirando per un attimo, come avrebbe potuto essere il mondo umano se il suo stadio originario, per quanto solo fantasiosamente supposto, si fosse protratto nel tempo, se i proprietari delle terre e i "padroni" manifatturieri non si fossero fatti avanti; anzi, se quelli proprio non si fossero appropriati delle terre né avessero accumulato quei "fondi" di cui a un certo momento si sono trovati a disporre. Ebbene, uno si aspetterebbe dal nostro economista che dicesse sarebbe stato un mondo di lavoratori liberi. Invece egli riesce solo a immaginare che «i salari del lavoro sarebbero aumentati», quando anche lui stesso aveva osservato che i lavoratori padroni di sé stessi non avrebbero saputo che farsene di un salario! Se poi si considera quanto aggiunge, che in quel mondo ideale «le cose sarebbero (...) diventate meno care», si capisce la mancanza proprio di immaginazione del nostro economista, che non riesce a vedere nemmeno con la fantasia un mondo alternativo al suo, e che al contrario conferma la sua credenza su come fin dall'Età della pietra la produzione e distribuzione del lavoro sia stata una mercificazione e compravendita generalizzata di uomini e cose!
Sta di fatto che questi sono solo vagheggiamenti introduttivi, visto che, per quanto in un ipotetico passato il prodotto del lavoro fosse indivisibile dal lavoratore-produttore, pure nella realtà dei tempi di Smith lo si doveva dividere per tre. Visto che nel frattempo, chissà quando e come, sono comparsi i redditieri terrieri e gli imprenditori agrari o manifatturieri che si sono fatti avanti. Ma ecco che egli ci fa l'esempio concreto, ripetendo la descrizione del nuovo mondo instaurato dall'avvento di queste inedite figure sociali. Ora sulla scena vediamo il «proprietario» della terra che reclama la sua "rendita"; «un padrone, l'agricoltore», cioè l'imprenditore agrario che mette i "fondi" e reclama il suo "profitto"; e «la maggioranza degli operai», che lavorano per l'imprenditore in cambio di un salario (p. 108). Ecco, il quadro è questo, il solito e ormai lo sappiamo. Il guaio è che non si tratta di una caricatura, bensì della realtà vera, e anzi della verità tragica del mondo umano liberale. Se poi si sostituisce al nobiluomo di campagna il banchiere di città, e all'imprenditore agrario quello industriale, è facile vedere come il mondo disumano descritto da Smith sia la fotocopia del giorno d'oggi, e anzi siamo noi la fotocopia del suo quadro! Ma, tornando a lui, eccolo insomma mostrarci l'imprenditore che "impiega" il suo fondo capitale ad impiegare mezzi di produzione, materie prime e operai. Per costoro egli è un po' come un padre, perché li fa lavorare, e così li mantiene in vita con il salario che dà loro in cambio! Certo, il "padrone" non lo fa per beneficenza, ma per sé stesso. Per lui il lavoratore non è altro che un mezzo, comprato e usato allo scopo di ottenere un profitto. Il nobile da parte sua se ne sta a guardare e si prende l'affitto per la "sua" terra lavorata dagli altri! A tale impeccabile organizzazione sociale consegue che ciascuna classe e ciascun membro partecipante, del raccolto finale ottenuto, si prende la propria, legittima «quota sul prodotto del lavoro, ossia sul valore che il lavoro aggiunge ai materiali su cui si esercita» (Ibid.).
Con una controversa e ambigua esposizione vediamo che il nostro economista ci fa sia una disgustosa costatazione della divisione sociale tra gli uomini, che una deliziosa descrizione della loro attività specificamente lavorativa. Il vero valore economico, la vera ricchezza, egli ci insegna, è il lavoro, o sia il valore che il lavoro crea. Che non è però valore creato dal nulla, bensì una sorta di valorizzazione di un valore già esistente, appunto quei materiali forniti dalla Natura sui quali esso si esercita, come Smith mirabilmente dice, sebbene con un pensiero mutuato ancora una volta da Locke (Secondo Trattato sul governo, V, 40). Insomma, quello del lavoro è un valore che, per potersi realizzare e creare ricchezza, ha il preventivo bisogno di almeno tre fattori produttivi: la materia prima su cui applicare l'attività, gli strumento necessari da usare nella produzione, oltre che ovviamente il fattore umano lavoratore. Creare valore vuol dire così la necessità di avere a disposizione, già prima di cominciare, un bel po' di roba di valore: un oggetto materiale da lavorare, uno da lavoro, e un soggetto umano che lavora. Questa è una grande verità espressa dal Liberalismo, che già solo per questo si merita degnamente il titolo di filosofia del lavoro; nel senso, diciamo così, materialistico, cioè storico e scientifico del termine.
Eppure, nonostante l'esatta concezione appena dimostrata, tornando a seguire l'esempio di Smith finisce che si mette male proprio per i lavoratori, dimostrando come quella verità sia stata per costui quasi più un incidente di percorso che altro! Con lui scopriamo infatti che oggetti del lavoro sono la terra, i semi, l'aratro e gli animali per tirarlo; laddove soggetti sono i braccianti operai. Ebbene in teoria già ci sarebbero tutti gli ingredienti necessari per creare valore. Nella pratica invece mancano gli altri due soggetti umani con i propri rispettivi oggetti personali privati, il proprietario terriero e l'imprenditore di denaro. Veramente il manovratore è quest'ultimo, che con il denaro accumulato in mano compra e paga tutto e tutti: la rendita del "gentiluomo" proprietario della terra, gli strumenti e le materie prime di produzione, nonché i salari dei lavoratori contadini! Eccoli qua, dunque, i rapporti umani descritti e auspicati da Smith, che egli per di più avalla spacciandoli per relazioni "naturali", come fossero piovute dal cielo, invece che del tutto sociali, imposte e subìte dagli uomini. Infatti un mondo del denaro dominato dagli uomini del denaro, attraverso l'uso capitale ( appunto non naturale) che essi ne fanno, è senza dubbio tutto meno che naturale! Ciò che muove un mondo simile è infatti appunto proprio il denaro artificiale di costoro, che con quello in mano usano il resto del mondo umano e il mondo naturale solo per "impiegare" a scopo di lucro quell'accumulo monetario di cui dispongono! L'imprenditore è proprio come l'economista: non vede né guarda che al profitto, fregandosene delle devastazioni ambientali e sociali che pure evidentemente il perseguimento del profitto fine a sé stesso comporta. I lavoratori per esempio con un tale sistema si ritrovano a dipendere da costoro per vivere, e «la maggioranza degli operai ha bisogno di un padrone» (Ibid.) che li faccia lavorare in cambio di quella sommetta salariale di denaro, senza la quale morirebbero letteralmente di fame! Perché nella società di mercato tutto è in vendita per denaro, gli uomini, ma anche il cibo di cui si nutrono e ogni cosa di cui hanno bisogno. Quando le materie prime e i mezzi di produzione non sono più in mano al lavoratore (ammesso che una volta lo siano mai stati), allora per forza ci vuole qualcun'altra categoria di uomo che li «anticipi», che lo faccia con il denaro preventivamente accumulato di cui dispone, e non altro che per guadagnarci sopra dell'altro denaro ancora! Allora, come fa a non nauseare questo intraprendente personaggio, che a quanto pare ha già chissà come evidentemente accumulato un mucchio di soldi, e che pure continua a non pensare ad altro che aumentare ulteriormente quel suo "fondo" attraverso il movimento del fondo stesso, per mezzo del suo "impiego" o uso capitale che dir si voglia, fatalmente a spese della Natura e dei lavoratori? Non può!
Ma ecco che Smith intravede una possibile eccezione alla ferrea regola del mercato del lavoro: il lavoratore autonomo, corrispondente a quello idilliaco originario del lavoratore senza "padrone", o padrone di sé che è lo stesso. Come al solito Smith immagina costui in modo piuttosto contorto, come «padrone e operaio insieme», senza riuscire a concepire l'idea di lavoratore libero. E però non lo definisce così a caso, bensì perché ha finalmente trovato l'occasione per spiegare quella "accumulazione" originaria di cui parla spesso, con l'esempio dell'operaio che per liberarsi del "padrone" deve prima disporre di quei "fondi" necessari a coprire, anticipandoli prima dell'inizio e la fine del lavoro, i costi della produzione e del suo stesso mantenimento. Quei "fondi" anch'egli li deve prima "accumulare", se vuol riuscire a sanare quella lacerante divisione che al tempo stesso lo separa e lo fa dipendere dal "padrone" estraneo. A quel punto, quando sarà riuscito ad accantonare il necessario, potrà dire finalmente di essere un uomo libero tornato alle origini, che si «gode dell'intero prodotto del suo lavoro», e che si intasca entrambi «quelli che sono per solito due redditi differenti spettanti a due persone distinte, i profitti dei fondi e i salari del lavoro» (Ibid)! Di nuovo Smith non riesce ad abbandonare la sua de-formazione mentale, il suo schema economicistico, nemmeno quando immagina il passato o il futuro! Ma in ogni caso questa nozione del lavoratore libero o autonomo, così interessante per noi, non è che una breve parentesi accessoria per lui, il quale riconosce del resto che si tratta di casi «abbastanza rari», e anzi ci fornisce anche il dato statistico dei suoi tempi: «in tutta Europa su (ogni) venti operai che servono sotto padrone ce n'è uno indipendente»! Casi limite dunque, laddove la regola è che «il lavoratore è una persona e il possessore dei fondi che lo impiegano un'altra»! O c'è il "padrone-operaio", oppure il padrone e l'operaio! Eccoci di nuovo assistere alla candida e spudorata ingenuità, quasi di un bambino che, senza saperlo, rivela una verità scomoda!
Ma non solo egli riconosce che la tanto celebrata "divisione del lavoro" ha portato inevitabilmente anche a una divisione negli uomini e tra di essi, ma altresì che con lavoratori e imprenditori si tratta di «due parti i cui interessi non sono affatto gli stessi», e anzi sono opposti! Qui il nostro Autore sembra quasi esternare una forma di blando "socialismo", o quantomeno l'attestazione esplicita di una lotta di classe, conflitto che pure ai suoi tempi era appena rilevante, e che lo fa per di più con una sorta di velata simpatia, o almeno di solidarietà, per la causa persa dei lavoratori. Per lui è infatti facile prevedere chi è destinato a soccombere alla «contesa» in atto, chi insomma, tra "padroni" e operai, cederà alle «condizioni» della controparte. Mettendoli a confronto si vede infatti che gli imprenditori sono tuttosommato poco numerosi, e così «possono coalizzarsi più facilmente» dei lavoratori, che sono invece una moltidudine disorganizzata! Smith scopre che non è l'unione dei molti, bensì l'élite dei pochi che fa la forza! Ma questo è un dettaglio, poiché egli scopre soprattutto che è «la legge» dello Stato che sta dalla parte dei "padroni", nonché contro gli operai! Dei primi infatti essa «autorizza o almeno non proibisce le coalizioni, mentre proibisce quella degli operai» (p. 108)! Chissà come mai però non ce lo spiega, né se lo chiede! Egli non è un politico, dopo tutto! E comunque aggiunge un altro dettaglio imperdibile: «Non esistono leggi del parlamento contro le coalizioni volte ad abbassare il prezzo del lavoro, mentre ne esistono molte contro le coalizioni volte ad elevarlo»! Il clima di lotta non può che essere generale, quando il lavoratore vorrebbe il più possibile mentre l'imprenditore darebbe il meno possibile. Quella che viene spaccciata per una "naturale" composizione dei "saggi naturali" che toccano al "salario" e al "profitto", si rivela in realtà un artificiale campo di battaglia tra due formazioni antagoniste, dipendenti tra di loro nonostante i rispettivi interessi siano contrapposti! Cosa che lo stesso Smith implicitamente ammette proprio parlando dei vantaggi che i più forti hanno in questa "guerra", i quali nemmeno sono ancora finiti qui. Anzi, è rimasto ancora da svelare il loro asso nella manica: i lavoratori devono pur mangiare tutti i giorni, e possono farlo solamente attraverso il denaro che sono gli imprenditori a dargli. Smith lascia intendere la cosa facendo notare come nella lotta, quando pure ciascuna delle due classi ha bisogno dell'altra, però «i padroni possono resistere più a lungo»! Essi infatti, «anche senza impiegare un solo operaio, possono in genere vivere un anno o due sui fondi che possiedono, mentre molti operai non potrebbero sopravvivere disoccupati una settimana (...). Nel lungo periodo l'operaio può essere tanto necessario al padrone quanto il padrone all'operaio, ma la necessità non è altrettanto immediata» (p. 109)! L'operaio e la sua famiglia devono mangiare tutti i giorni, un bisogno per soddisfare il quale è pronto a soccombere. Tra tutti gli altri motivi è proprio per questo che le "coalizioni" operaie e le loro lotte, a volte anche violente, sono destinate a perdere: non tanto per la in ogni caso brutale repressione poliziesca delle manifestazioni, quanto per «la necessità in cui si trova la maggior parte degli operai di sottomettersi per assicurarsi la sopravvivenza immediata» (Ibid.).
Date tali premesse, eccoci finalmente alla conclusiva determinazione del "saggio naturale" del salario spettante al lavoratore dall'imprenditore: il minore possibile! Possibilmente quel «livello» dove anche la lotta del "padrone" si deve arrendere, quello «al di sotto del quale sembra impossibile ridurre i salari» (Ibid.), perché in tal caso il lavoratore morirebbe di fame! Senza quel minimo garantito egli «non potrebbe allevare una famiglia, e la razza di questi operai non potrebbe continuare oltre la prima generazione» p. 110)! Ecco che dietro la maschera si svela il vero volto, la sconcertante concezione liberale della "famiglia" dei lavoratori, nient'altro che il puro calcolo economico di un costo di produzione come un altro, corredato per di più della minuziosa messa e tenuta in conto delle morti infantili! Questo prendere come misura del "saggio" salariale il «livello (...) più basso compatibile con la natura umana» denota l'evidente cinismo di questi personaggi, nonché il loro disprezzo per le mansioni più umili del lavoro. Cui rivolgono la loro attenzione solo per trovare quella misura minima che hanno bisogno di stabilire per i salari operai, quella appunto che basta già al «tipo più basso di lavoro», al «tipo più basso di lavoratore», al «lavoro del peggiore dei lavoratori», al «tipo più gramo di lavoro comune» (Ibid.)! Su questo punto Smith non è così esplicito, e anzi ci tiene a precisare che la sua, in fondo, è solo un'indicazione, un'opinione personale, per così dire; perché alla fine «in quale misura» il salario si debba stabilire, egli dice, «per conto mio non cercherò di stabilirlo» (Ibid.)! Piuttosto egli preferisce soffermarsi ancora su come i lavoratori inglesi godano in effetti di una certa «relativa abbondanza», solo però se si prende come riferimento di misura il salario minimo possibile, il livello infimo di sussistenza dei «lavoratori poveri»! Egli ribadisce altresì un altro postulato già enunciato in precedenza (a p. 96), che il livello occupazionale dei lavoratori è direttamente dipendente dalla quota dei "fondi" impiegati ad impiegarli, quantità che può ovviamente aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, e soprattutto a discrezione degli imprenditori che quei "fondi" li detengono come "cosa loro". Ancora una volta consacrando questi ultimi a principio e fine di ogni cosa, laddove il lavoro dei lavoratori e i lavoratori stessi sono ridotti a un semplice mezzo tra gli altri, da usare solo in vista del perseguimento di un "profitto" personale e privato del "padrone" di merda!
Il che trova conferma se ci si addentra un attimo nei dettagli che Smith fornisce sull'andamento dei mercati, sia delle merci che del lavoro umano, e in particolare proprio in riferimento a come si mettono le cose per i lavoratori e i loro livelli salariali nei vari casi possibili. Per cominciare un altro postulato, che «non è nei paesi più ricchi ma in quelli che lo stanno diventando o in cui la ricchezza cresce più rapidamente che i salari sono più alti» (p. 111). Basterebbe pensare ai Cinesi di oggi per smentire questa asserzione! Ma all'epoca del nostro Autore era ovviamente diverso, ed è infatti dai casi osservati allora che egli potè dedurre come per il lavoratore fosse il tasso accelerato di crescita della produzione quello più conveniente per lui! Sebbene questo lo sia anche per l'imprenditore! Ma non si tratta di un'improvvisa conciliazione di interessi, bensì solo del confronto che Smith fa tra la vecchia Inghilterra, che era ricca in fase «stazionaria», e le giovani «colonie inglesi dell'America del Nord», che avevano invece un alto tasso di crescita economica e demografica. E dove appunto i salari erano più alti. Laddove nella madrepatria i salari erano più bassi, l'occcupazione e la popolazione non crescevano. Non lo facevano perché ulteriori nascite e ulteriori operai non servivano a niente, mancando ulteriori "fondi" accumulati da impiegare per impiegarli al lavoro! Così che il tasso di crescita accelerato è l'unico sostenibile per la "felicità" possibile del lavoratore! Solo che però non è lui a stabilire l'andamento della produzione, bensì il possessore dei "fondi": ecco da chi e da cosa dipende la sua "felicità"! In uno stato di andamento stazionario della produzione, costante nel tempo, i lavoratori si devono accontentare di meno, e devono badare a non riprodursi più di quanto non sia necessario ai "padroni", poiché quelli che non servono loro possono anche morire tranquillamente di fame! In caso di recessione infine, per i lavoratori sarebbe la fine: strage di innocenti e sfrenata competizione tra di essi. In tal caso si verificherebbe addirittura una crisi tale da investire non solo la «classe inferiore», bensì «tutte le diverse classi di impiego», e perfino le «classi superiori» della popolazione. Così che «la concorrenza per l'impiego risulterebbe così grande da ridurre i salari al livello della più miserevole e meschina sussistenza» (p. 113)!
Insomma, a quanto pare con i lavoratori come la si mette si mette male! Essi possono contare su una «remunerazione liberale del lavoro» solo in America, dove l'andamento è crescente, dove ci sono cioè molti imprenditori con il gruzzolo in mano che si fanno concorrenza a cercare e comprare lavoro da far fare! Ecco, per i lavoratori va bene quando è la «domanda di lavoro» quella che tira, al tempo stesso in cui scarseggia sul "mercato"; quando insomma essi hanno l'opportunità di potersi vendere al miglior offerente tra la fila degli imprenditori che fanno a gara per accaparrarseli! In tali casi, quando c'è lavoro da far fare e nessuno che sia disponibile a farlo, allora scatta la «concorrenza tra i padroni» (p. 110), i quali per riuscire ad avere i pochi lavoratori disponibili sul "mercato" sono disposti a pagare i salari più alti degli altri! In questi casi in effetti sembra andar bene per tutti, se va bene anche anche per i salari, la cui altezza costituisce infatti il «sintomo naturale» (p. 113) dell'andamento della ricchezza complessiva di una nazione. Ma non appena la crescita si arresta allora le cose peggiorano per tutti, perché smettono di aumentare i "fondi" impiegati nelle imprese, insieme ai loro profitti, nonché l'impiego dei lavoratori e i loro salari. Ecco la diagnosi di Smith: «la scarsità dei mezzi di mantenimento dei poveri che lavorano è il sintomo naturale di una situazione stazionaria, mentre il fatto che i poveri muoiano di fame è il sintomo naturale di una situazione in rapido regresso» (p. 114)! Non solo è agghiacciante ciò che dice, ma anche il tono dimesso, imperturbato, apparentemente "scientifico" che usa; la sprezzante, ignobile indifferenza manifesta di quest'uomo che, per quanto amabile possa essere lo stile letterario, pure considera i suoi simili alla stregua di "cose animate", la cui esistenza dipende unicamente dall'andamento, peraltro assai capriccioso, dei mercati.
Senza che anche in questo caso venga meno l'ottimismo ipocrita di chi, per quanto abbia reso ormai evidente come ai lavoratori, anche quando gli va bene gli va male, pure riprende la tirata sulle loro favorevoli condizioni, però col solito trucco di tralasciare il caso raro dei salari alti per tornare a guardare quelli minimi possibili. Così il nostro economista può esprimere l'impressione che anche nella vecchia Inghilterra "stazionaria", tutto sommato, «sembra che i salari siano chiaramente superiori a quanto è strettamente necessario a consentire al lavoratore di allevare una famiglia» (Ibid.). Egli vede insomma una condizione piuttosto "agiata" degli operai inglesi, e nonostante i loro salari siano più bassi che in America! Ma eccolo ancora una volta che mette le mani avanti per non sbattere il muso: «Esistono molti sintomi evidenti del fatto che in questo paese i salari non sono regolati sul livello minimo compatibile con la comune umanità». Ecco, i salari inglesi non saranno il massimo, e però nemmeno il minimo, per cui i lavoratori si accontentino e godino di quello che hanno! La condizione tutto sommato vantaggiosa del lavoratore, poi, si evince mettendo a confronto il variabile «prezzo dei viveri» con lo stabile «prezzo monetario del lavoro»! Da cui emerge che la miseria, oppure la «relativa abbondanza», o addirittura l'«opulenza» del lavoratore, supposta la costanza del suo salario, dipende in definitiva dal più o meno alto prezzo del grano o del pane, più che dall'entità del suo salario. Grazie a questa bella scoperta Smith arriva a concludere che, siccome il lavoratore già nello stato di miseria, nel quale dispone solo dello stretto necessario, pure riesce comunque a sopravvivere e riprodursi, allora tutto ciò che per buona sorte gli toccasse in più, ogni aumento del suo livello salariale, sarebbe comunque d'avanzo, superfluo, giusto un voluttuario «benessere» concessogli per godersi un po' più la vita! Ma poi Smith nemmeno si risparmia il confronto tra i prezzi dei viveri e quelli del lavoro che si verifica tra due nazioni diverse, le quali hanno un andamento singolarmente opposto: «Il grano è più caro in Scozia che in Inghilterra. (...) Il prezzo del lavoro, al contrario, è più alto in Inghilterra che in Scozia» (p. 115). Spiegazione: il grano costa meno in Inghilterra perché lì ce n'è un sopravanzo, che infatti viene esportato in Scozia. Così come in quest'ultima il lavoro costa meno perché i lavoratori sono più numerosi del necessario. Solo che essi sono più difficili da esportare! A parte questo dettaglio che egli trascura ancora una volta, è incredibile notare come il discorso, pur nel suo disumano cinismo, fili liscio e senza intoppi. Basta infatti prendere per buona la supposizione dell'uomo mercificato, del lavoro "merce" come un'altra, con il suo "mercato" e "prezzo" in denaro, variabile sulla base della domanda e dell'offerta di uomini in carne e ossa, perché i conti tornino senza resto!
Per chiudere il travisante ottimismo sui vantaggi degli operai Smith stila una lista dei generi di prima necessità, dei quali nota come i prezzi siano generalmente calati nel tempo. In questo caso però con una curiosa domanda, se gli operai si meritino tutti quei progressi che la diminuzione dei prezzi ha significato per loro. Che egli non pone a caso, bensì in polemica verso quei benpensanti che lamentavano il troppo «lusso» in cui i lavoratori sembravano versare! Ed ecco la sua risposta, eloquente come sempre: «Servi, lavoratori e operai di diverso genere rappresentano la parte di gran lunga maggiore di ogni grande società politica. Ma (...) nessuna società può essere florida e felice se la grande maggioranza dei suoi membri è povera e miserabile. Oltretutto, è semplice questione di equità il fatto che coloro che nutrono, vestono e alloggiano la gran massa del popolo debbano avere una quota del prodotto del loro stesso lavoro, tale da essere loro stessi passabilmente ben nutriti, vestiti e alloggiati» (p. 117). Eccolo l'equanime e filantropico Adam Smith, che dunque conosce e finalmente riconosce il ruolo del lavoro dei lavoratori. Solo che il massimo che riesce a prospettare per loro, dopo essersi esauriti i fasti del passato, quando di ciò che producevano non dovevano dividere niente con nessuno, è ben poco. Ora la loro maggiore aspirazione possibile può infatti arrivare a procacciarsi un vitto e alloggio "passabili"; perché, dopo tutto quello che fanno, si meritano almeno di vivere in modo decente!
Ma in conclusione a questo denso capitolo ecco un altro argomento che sarà caro anche agli economisti successivi, il quale getta anch'esso una fosca luce sul loro modo di pensare, e che fa capire quanto siano di facciata le belle parole appena pronunciate da Smith. Si tratta del tema della «procreazione» umana, la quale si osserva stranamente copiosa tra i lavoratori poveri, mentre è invece ridotta ai minimi termini nel «bel mondo» dei ricchi! Il che comporta un inconveniente però, che i bambini poveri, se è facile farli, poi è difficile mantenerli, così che i genitori sono costretti a vederli morire numerosi: «Per quanto i matrimoni della gente comune siano in genere più fecondi di quelli del bel mondo, una minor percentuale dei suoi figli arriva all'età adulta» (p. 118). Gli uomini dovrebbero essere in questo proprio come gli altri animali, che non si possono riprodurre oltre i «mezzi di sussistenza» di cui dispongono. Solo che nel caso dei poveri della nostra specie sembra che costoro non abbiano alcun ritegno a regolare le loro nascite, anche ammesso che tra gli altri animali esista la divisione tra ricchi e poveri, tra «i ceti inferiori del popolo» e gli altri! Insomma questi poveri umani fanno tanti figli senza che sembrino rendersi conto che poi non saranno in grado di mantenerli, per la scarsità dei mezzi di cui dispongono. Non si accorgono che, senza un'accorta limitazione delle nascite, tanti bambini sono condannati alla peggiore morte precoce, quella per fame. Se questi disgraziati non ci pensano prima, se non limitano la loro così prolifica riproduzione, allora la pianificazione delle nascite sarà posteriore alle nascite stesse, cruenta e inesorabile. I lavoratori poveri sappiano dunque che, se non stanno attenti a quello che fanno a letto, allora la regolazione della loro popolazione «non può avvenire che attraverso la distruzione della maggior parte dei bambini prodotti dai loro fecondi matrimoni» (Ibid.)!
Da tale oggettiva, "scientifica", sebbene spietata osservazione del dato di fatto, ecco la questione di princìpio, cos'è che deve regolare un andamento demografico adeguato alle circostanze. Com'era da aspettarsi, per Smith il punto di riferimento più adatto e adeguato a questo proposito dev'essere la congiuntura economica della nazione, e più in particolare l'andamento del «mercato» del lavoro, con il relativo «prezzo» di quella "merce" in esso contrattata! Ecco, l'indice di natalità tra i poveri, cioè tra i lavoratori, dev'essere regolato in funzione del numero di «braccia» di cui gli imprenditori hanno bisogno per "impiegare" i loro capitali! Insomma, è la «domanda di lavoro» fatta dai "padroni" imprenditori, quella che deve stabilre il numero dei bambini poveri che possono e devono nascere, o almeno è da quella "domanda" che deve dipendere la garanzia di sopravvivenza per i bambini nati poveri! Giusto quelli che servono alle imprese, appunto! Le quali nella pratica tale controllo delle nascite possono esercitarlo attraverso la leva del salario, com'è ovvio: quanto più si avrà una «remunerazione liberale del lavoro», tanto più sarà stimolata la riproduzione di nuove "braccia"; e viceversa! «È in questo modo che la domanda di uomini, come quella di ogni altra merce, regola necessariamente la produzione di uomini, stimolandola quando va troppo piano e arrestandola quando avanza troppo rapidamente. È questa domanda che regola e determina lo stato della procreazione in tuttti i diversi paesi del mondo (...). I salari pagati a giornalieri e servi d'ogni genere devono essere tali da metterli in grado, nella media, di continuare la razza dei giornalieri e dei servi, nella misura in cui lo richiede la domanda (...) della società» (p. 119) Ecco di nuovo, ancora a chiarissime note, la concezione liberale della "famiglia" umana, quella dei lavoratori poveri, certo, ma pur sempre la stragrande maggioranza della popolazione di ogni nazione; e lo dice lo stesso Smith di cosa sta parlando, «del povero che lavora, cioè della gran massa del popolo»! E veramente, più che della "società", la "domanda" cui egli si riferisce è quella degli imprenditori, che non sono proprio la stessa cosa! Non a caso egli ci tiene a precisare anche i vantaggi che costoro, con la loro logica di mercato, traggono proprio a spese dei lavoratori, mostrando come il gioco dei prezzi sia dannoso proprio per questi ultimi. Infatti cosa succede, che «il prezzo del lavoro spesso aumenta negli anni di buon mercato» (p. 121) dei viveri. Perché quando il grano costa poco significa che se ne produce molto, che per farlo occorrono molte braccia da impiegare, e dunque la "domanda" di lavoro farà salire il livello dei salari. Viceversa, succede invece che «spesso negli anni di alti prezzi (dei viveri) i salari, dei servi come dei giornalieri, crollano». Perché se il grano costa molto vuol dire che se ne produce di meno, quindi diminuiscono i lavoratori necessari, cala la loro "domanda" e con essa il loro prezzo o salario! Non c'è che dire, non fa una grinza! Ma ecco a scanso di equivoci l'illuminante conclusione che ne trae il nostro Autore, da tale controversa situazione che gli è data di osservare: «I padroni di tutti i tipi, dunque, spesso contrattano coi loro servi da posizioni migliori negli anni di alti prezzi che in quelli di buon mercato, e nel primo caso li trovano più umili e dipendenti che nel secondo. È naturale quindi che essi apprezzino il primo come più favorevole all'operosità. Proprietari fondiari e (imprenditori) agricoltori, inoltre, due tra le maggiori classi di padroni, hanno un'altra ragione per compiacersi degli anni di carestia. Le rendite degli uni e i profitti degli altri dipendono molto dal prezzo dei viveri» (Ibid.)! Insomma meno grano c'è, più costa caro ai lavoratori, e più i "padroni" ci guadagnano! Più espliciti di così veramente non si può essere, né si può essere meno riconoscenti a Smith per la franchezza con cui esprime certe cose, per quanto terribili siano.
Uno Smith che peraltro, in conclusione, riprende quella sorta di slancio umanitario a favore della causa dei lavoratori, di nuovo da lui difesi contro i benpensanti che lamentano gli inconvenienti conseguenti alle eccessive "comodità" della vita che i salari alti consentirebbero! Costoro, fra i quali vengono in mente anche i preti, sono quelli che ritengono auspicabile la vita miserabile degli operai, perché quella più utile non solo all'impresa, ma anche alla morale pubblica; essi vedono infatti nel salario minimo possibile non solo un sano e "naturale" arrivismo dei "padroni", ma altresì una garanzia sociale dell'ordine costituito, affinché nel nome del "bene comune", come dicono, ciascuno stia al suo posto! Ebbene contro costoro Smith ribatte appunto che non solo gli uomini sono resi più produttivi da una condizione di vita migliore, invece che più pigri; ma anche che quello di quei benpensanti è più un pregiudizio che altro, del quale si servono soltanto per nascondere o travisare la vera realtà del mondo umano del lavoro. Contro costoro che mischiano le carte in tavola lasciando intendere una cosa per un'altra, il nostro economista taglia corto: «Nulla può essere più assurdo dell'immaginare che gli uomini in generale lavorino meno quando lavorano per sé stessi che quando lavorano per altri. Un bravo operaio indipendente sarà in genere più attivo anche di un giornaliero che lavori a cottimo. L'uno gode dell'intero prodotto della sua attività, mentre l'altro lo spartisce col suo padrone» (Ibid.)! Smith mostra quindi di sapere molto bene cos'è che dal punto di vista del lavoratore risulta veramente naturale e cosa no, nonché come i suoi interessi siano esattamente contrapposti a quelli dell'imprenditore: con l'uno che vuole lavorare per sé stesso, e l'altro che per sé vuole invece far lavorare gli altri!