mercoledì 14 luglio 2010

Introduzione




Giorgio Rosati

Informazione d'Annata
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Un'indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni è il titolo dell'opera che, pubblicata nel 1776, apre ufficialmente la vicenda dell'Economia politica liberale, quella che segna insomma l'atto di nascita della per così dire scienza economica occidentale, e con la quale ci si imbatte dunque per prima ogni volta che si apre un qualsiasi manuale di storia delle dottrine economiche. Ciò non vuol dire ovviamente che si tratta della prima opera su questo argomento in circolazione, bensì di quella che per prima presenta una dottrina organica e compiuta della materia.
Ma quella di Adam Smith non è un'opera storicamente importante solo per ciò che rappresenta in sé stessa, quanto anche per il periodo storico in cui essa ha ha visto la luce, denso di avvenimenti che avrebbero segnato profondamente il corso successivo della Storia. Il libro è infatti pubblicato nel Marzo di quello stesso anno in cui, il 4 Luglio, i coloni inglesi d'Oltreoceano proclameranno la loro Dichiarazione di indipendenza, che darà il via alla Rivoluzione americana nei confronti della madrepatria. Ma quelli sono altresì gli stessi anni in cui James Watt, compatriota di Smith, sta armeggiando con la macchina a vapore, quella che di lì a poco, con tutte le applicazioni che renderà possibili, darà il via alla Rivoluzione industriale. Laddove a Parigi entro poco più di vent'anni esploderà la Rivoluzione francese. Insomma, l'Economia politica si affaccia sulla scena mondiale proprio all'imminente vigilia di inauditi rivolgimenti politici, sociali ed economici, dei quali la corrente di pensiero liberale è protagonista nel bene e nel male. Non bisogna infatti dimenticare che il Liberalismo è stato ai suoi albori un movimento di idee filosofiche e politiche, prima che economiche, che si è fatto promotore di istanze decisamente progressiste e rivoluzionarie. Ovviamente qui non è possibile scendere nei dettagli, ma basti dire che tanto il costituzionalismo anglo americano quanto l'Illuminismo francese hanno in comune una rivendicazione di libertà contro i plurisecolari privilegi dei sovrani e dei loro cortigiani aristocratici e clericali. Si trattava di battaglie per la conquista di nuovi diritti, miranti a superare tutte quelle restrizioni che impedivano le libertà di pensiero, di espressione e di stampa; oppure di religione e di opposizione politica; nonché, per finire, di commercio.
Si può dire infatti che quella economica è l'ultima delle libertà esplicitamente propugnata dai liberali. Però al tempo stesso in cui gli uomini che avevano a cuore questo particolare tipo di interessi sono stati fin dal principio tra i protagonisti del generale movimento di emancipazione dall'Ancien régime feudale e medievale. Infatti è proprio nel bel mezzo e sulla scia di tutti quei sommovimenti storici e sociali che travolgono l'Occidente a cavallo tra Sette e Ottocento, culminante nella Rivoluzione industriale, che si fa strada questa nuova categoria degli uomini d'affari, un'inedita formazione sociale a sé stante mai vista prima. Si tratta degli imprenditori di denaro, che ovviamente non sono comparsi dal nulla, ma sono piuttosto gli eredi dei ricchi banchieri e commercianti borghesi (abitanti del borgo cittadino) che fin dall'Età comunale del Duecento italiano avevano iniziato a darsi da fare. In ogni caso il peso sociale del ceto economico, accanto agli intellettuali, sarà determinante nella contrapposizione agli antichi interessi della tradizione nobiliare, dai cui vincoli costoro intendevano appunto liberarsi.
Ed è proprio di questa classe emergente che si occupa Smith, facendosi interprete degli interesssi che si andavano profilando con la nuova realtà economica. Ma l'aspetto più singolare e sorprendente del nostro Autore è che, sebbene l'economia di mercato fosse ai suoi tempi ancora lungi da venire, pure egli ne parla come se quelli che saranno i suoi effetti ce li avesse proprio sotto gli occhi, per di più con una profondità di sguardo e un'attualità di argomenti tali da impressionare ancora il lettore odierno. Come Karl Polanyi ha giustamente fatto notare, Smith è stato più che altro un profeta dell'economia capitalistica, uno che ha insomma previsto e descritto le cose come stavano prima ancora che accadessero, quando erano ancora appena evidenti. Ma, curiosamente, egli non è stato solo lungimirante rispetto al futuro, bensì ha anche del tutto frainteso il passato, diffondendo quel pregiudizio sull'universalità dell'uomo economico che avrà tanta presa negli economisti posteriori, secondo il quale la mentalità mercantile sarebbe sempre esistita fin dagli albori storia umana. Ed è proprio riferendosi a questa totale mancanza di senso storico che Polanyi, a proposito di Smith, osserva come «nessun fraintendimento del passato si è mai dimostrato maggiormente profetico rispetto al futuro» (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2008, p. 58). Bisogna quindi dare atto al nostro economista della sua acuta e precorritrice visione del mondo umano moderno, per quanto parziale e puramente economicistica essa sia stata. Ma al tempo stesso, come minimo, bisogna anche riconoscere lo spregiudicato cinismo con cui egli esprime la sua amara e profetica verità, di come cioè egli parli del lavoro e della condizione dei lavoratori, dettagliatamente descritta nei suoi aspetti tragici e miserabili di uomini ridotti a semplici accessori dell'impresa, senza mostrare il benché minimo turbamento per quello che dice, e anzi facendosi propugnatore di quel sistema come se si trattasse della cosa più naturale del mondo, nonché indispensabile al progresso umano! E per quanto più ingenuo che malevolo Smith sembra essere stato, ciò non toglie la sua mancanza di scrupoli a dir poco sconcertante, di un uomo del tutto sordo e cieco al fatto che stesse parlando di suoi simili come se fossero merci o macchinari tra gli altri a disposizione o al soldo degli imprenditori. Una mentalità a dir poco disumana, che qui vedremo nella sua espressione originaria, e però ancora per così dire schietta e sincera; quella stessa che, sebbene mascherata, si riscontra intatta nei nostri ben più scaltri economisti, imprenditori e politici odierni.
Il presente saggio, a parte l'ultimo capitolo, si limita all'esposizione del primo dei cinque Libri di cui si compone l'opera di Smith, quello senz'altro più importante. Non che gli altri siano meno interessanti, ma il loro contenuto è più tecnico e più datato. Essendo poi lo scopo di questo studio far vedere più che altro cosa sia veramente la concezione liberale dell'uomo e della società, quel materiale limitato è più che sufficiente.
Troppo spesso si trascura il fatto che Smith ha scritto un secolo prima di Marx, e che è stato lui a coniare termini come "padrone", "operaio", "salario", "profitto", "interesse di classe", eccetera. Così come troppo facilmente si taglia corto col marxismo come fosse una vecchia "ideologia" da relegare in soffitta, specialmente dopo la sua presunta caduta definitiva seguita al crollo del Muro di Berlino. Come se il regime sovietico staliniano fosse stato un autentico sistema sociale alternativo a quello occidentale, invece che una spietata dittatura paragonabile a pieno titolo ai vari Fascismi europei. Laddove si considera il ben più attempato liberalismo come una dottrina ancora attuale e nientemeno che "rivoluzionaria", come ancor oggi viene proclamata dalla Destra berlusconiana, la quale si fregia di perseguire appunto una neo «Rivoluzione liberale», quasi fosse una panacea sociale invece della solita minestra che ci sorbiamo ormai da due secoli. Il dato di fatto è che l'economia di mercato è stata vincente fin dall'inizio, che il suo dominio e predominio è attestato dalla sua estensione globale attuale, e che la parentesi dei regimi presunti socialisti o comunisti non l'hanno minimamente scalfita. Né è difficile capire come e perché sia andata e vada così, perché questo è il sistema economico e sociale caldeggiato dai poteri forti. Una minoranza di uomini, gli imprenditori, - spalleggiati da banchieri, politici e preti - i quali detengono e maneggiano il denaro col quale tengono in mano tutti gli altri. Denaro che tra l'altro al giorno d'oggi non vale il becco d'un quattrino! Laddove ai lavoratori, come vedremo Smith stesso noterà, tocca di adattarsi e rassegnarsi alla loro condizione "subordinata", per dirla in termini da Codice civile, nonostante essi rappresentino la reale forza numerica e produttiva della ricchezza sociale. E così sia, diceva Smith e ripetono oggi i fautori dell'economia liberale, perché questo sarebbe il sistema che garantisce il progresso del bene comune e della pace sociale, sebbene esso sia mosso dall'interesse privato e dalle guerre commerciali! E se all'ipocrita ottimismo liberale si aggiunge la generale ignoranza dei lavoratori, è facile capire come questo sistema difficilmente verrà meno, nonostante anche il pianeta sia ormai devastato. Perché finché non c'è conoscenza è come vivere senza sapere ciò che si fa e come parlare senza sapere ciò che si dice.
Ecco quindi in soldoni cosa può voler dire essere marxisti oggi: schierarsi dalla parte dei lavoratori, per quanto banale possa sembrare. Ma farlo seriamente però, il che non vuol dire reclamare migliori salari, per quanto importanti siano le rivendicazioni sindacali, bensì far aprire loro gli occhi su questo nostro mondo umano cosiddetto "civile". Significa cioè mettere in campo un'operazione nientemeno che culturale, acquisire e divulgare un sapere, dal quale solo un nuovo fare potrà conseguire. Non a caso l'opera principale di Marx si intitola Il Capitale, e non invece Il Comunismo, proprio perché è sulla realtà concreta e vivente che egli si sofferma, e non su una ideale e immaginata. Né è un caso che una delle prime letture del "nonno" del Socialismo sia stata proprio l'opera del "bisnonno" del Liberismo che qui viene proposta. Perché già solo con l'accostarsi a Smith, tra l'altro molto più accessibile, i lavoratori capiranno veramente come funziona l'economia di mercato. Allora non si accontenteranno più di chiedere un aumento del salario, ma contesteranno la nozione stessa di salario, che si rivelerà stare in piedi solo in funzione della controparte del profitto.

P.S. Le citazioni riportate sono tratte da:
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1995.

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