A questo punto l'attenzione di Smith è rivolta ai «guadagni pecuniari» di lavoratori e imprenditori, in particolare sulle variazioni che essi subiscono in funzione dei differenti lavori che si fanno o si fanno fare, e insomma sulle cause della disuguaglianza universale dei redditi. Le quali sono di due specie, a seconda che derivino di per sé dal tipo di attività produttiva esercitata, oppure conseguano dal condizionamento esterno della legislazione statale. Nel primo caso, quando le cause che rendono variabili salari e profitti dipendono dal genere di lavoro e di impresa, il nostro Autore individua «cinque circostanze» che possono contribuire a determinare gli alti o bassi guadagni di lavoratori e imprenditori, ma veramente più dei primi che altro.
Ebbene la prima di tali circostanze è quella per cui «i salari del lavoro variano a seconda che l'occupazione sia lieve o faticosa, pulita o sporca, onorevole o disonorevole» (p.133)! Ecco fin da subito come, più che una causa, vediamo un effetto della tanto osannata "divisione del lavoro", che in realtà rivela, confermandola in pieno, la nefanda impostazione dell'economia liberale, totalmente indifferente al fatto che il lavoro, qualunque esso sia, è un'attività umana e umanizzante, fondamentale ed essenziale all'umanità proprio in quanto specie. L'economista invece, che riesce a concepirlo soltanto come un mezzo di guadagno, proprio per questo arriva a fare quelle famigerate distinzioni, che pure ci sono così familiari ancora oggi. Con Smith che in più continua a gettare fumo negli occhi insinuando che siano proprio i lavori più "faticosi, sporchi e disonorevoli" quelli meglio pagati, com'è per il «macellaio» o il «boia»; laddove al contrario «tutte le professioni onorevoli (...) sono generalmente sottopagate», com'egli promette che dimostrerà in seguito! Aggiungendo altresì che questa circostanza della per così dire qualità dei lavori ha lo stesso effetto anche sui profitti, i quali aumenterebbero di pari passo appunto con «la sgradevolezza e il disonore» dell'attività svolta dall'impresa, da lui esemplificata con quella non proprio adeguata del «locandiere» (Ibid.).
La seconda causa individuata a determinare i livelli di reddito è quella relativa al «costo, alto o basso, dell'apprendimento» necessario a svolgere la mansione lavorativa, in funzione del quale la retribuzione risulterà direttamente proporzionale. Anche in questo caso la logica è la stessa, puramente economica e totalmente disumana, che non riesce a vedere tanto nel lavoro che nello studio due attività ugualmente degne, né tantomeno che dovrebbero essere necessarie per ciascuno, ma solo un guadagno del primo e un costo del secondo. Ed è lo stesso esempio riportato da Smith che la dice lunga a questo proposito. Per lui il lavoratore istruito e professionale è infatti come «una macchina costosa», che richiede grossi investimenti per essere realizzato, e che per questo ha diritto a guadagnare di più. Tanto più «considerando la durata assai incerta della vita umana in confronto alla vita di una macchina che è più certa» (p. 134)! Di qui anche il corollario che distingue tra il «lavoro qualificato» degli operai di città, che siccome richiede una certa formazione va pagato di più; e quello «comune» dei lavoratori agricoli che si può esercitare fin da subito, per cui si merita una retribuzione minore! Questa circostanza non influisce invece sui profitti, dato che il "mestiere" di imprenditore non richiede alcuna forma di apprendistato particolare. Infatti un impiego dei fondi qualsiasi «non può essere un affare più complicato di un altro» (p. 135), visto che in ogni caso si tratta di maneggiare denaro, facendolo girare a scopo di profitto!
La terza circostanza che influisce sui salari è la stabilità o meno dell'occupazione svolta, con i precari cui spetterebbe guadagnare più degli altri! Circostanza alla quale anche in questo caso i profitti sono invece indifferenti, visto che la stabilità o meno degli investimenti «non dipende dal commercio ma dal commerciante» (p. 136). La quarta causa si deve invece al fatto che «i salari del lavoro variano a seconda della misura in cui si deve riporre fiducia all'operaio», com'è nel caso «degli orefici e dei gioiellieri», ai quali vanno appunto affidate le gemme e i metalli preziosi da lavorare; oppure nel caso del «medico» o dell'«avvocato», che non sono proprio operai salariati, ma ai quali pure è affidata la vita delle persone che si rivolgono loro. I profitti invece, ancora una volta, non sono per niente influenzati da questo fattore, essendo che negli affari «non si fa questione di fiducia» (p. 137), quanto piuttosto si conta sulla reputazione dell'imprenditore, il quale del resto impiega «solo fondi propri».
Ultima circostanza presa in considerazione è la più o meno alta «probabilità di guadagno» che un lavoro fa presagire rispetto agli altri, ossia l'aspettativa di riuscita che esso consente di prevedere. In questo caso l'esempio verte sulla differenza che in questo senso esiste tra le «arti meccaniche» e le «libere professioni», dove per queste ultime si intendono quei lavori "non faticosi, puliti e onorevoli" di cui Smith ha parlato all'inizio. Ebbene, succede che mentre l'operaio è quasi sicuro che dopo la sua formazione troverà un'occupazione adatta a lui, il professionista lo è molto meno. Infatti costui, per esempio l'«avvocato», mentre da un lato spende molto più tempo e denaro negli studi, dall'altro vive nell'incertezza di poter riuscire poi a svolgere proficuamente il proprio lavoro. Perciò, nonostante le «esorbitanti» parcelle richieste, «questa, come altre professioni libere e onorevoli è, dal punto di vista del guadagno pecuniario, evidentemente sottopagata» (Ibid.)! Costoro appaiono insomma quasi dei poveracci in confronto agli operai, gente che studia e lavora in perdita! E che anzi è più per gloria che altro che nella carriera professionale «tutti gli spiriti più generosi e liberali sono ansiosi di entrarvi in gran numero»!
Che dire dunque? Da questo ragionamento del nostro economista vien fuori che chi guadagna di più sono i lavoratori più umili e precari, mentre i liberi professionisti ci rimettono! Se non è ipocrisia questa, e di quella più sfrontata possibile, allora non si sa più cosa essa sia!
Veniamo ora al secondo tipo di cause che influenzano la variazione dell'andamento dei redditi, quelle «derivanti dagli ordinamenti politici» (p. 147» imposti dagli Stati. Trattasi degli interventi legislativi in economia, che abbiamo già incontrato a proposito dell'interesse, e che Smith vede ovviamente come fumo negli occhi, come indebite interferenze che «non lasciano le cose in perfetta libertà»! Come si intromette negli affari, come mette mano all'economia al posto della "mano invisibile", la legge statale non può che sbagliare e danneggiare i mercati. Principalmente perché intralcia il dispiegarsi del primo motore di tutto il meccanismo economico: la "libera, naturale e universale" «concorrenza» tra gli uomini, ossia tra i lavoratori, tra gli imprenditori e tra gli uni e gli altri; concorrenza la quale sola, pur nel gioco delle parti, può garantire l'interesse di tutti! Il nostro Autore indica «tre modi» con cui gli Stati interferiscono nelle faccende economiche: o «limitando» o «allargando» la concorrenza quando non ce n'è bisogno, sia tra i lavoratori che tra gli imprenditori; oppure «ostacolando la libera circolazione», sia dei lavoratori che del denaro.
Il primo caso, la restrizione per così dire obbligata e forzata della concorrenza, Smith la intravede nelle «corporazioni» (p. 148) di arti e mestieri, un'istituzione legalizzata risalente nientemeno che alla rinascita cittadina del Duecento italiano in particolare. Ebbene il nostro economista si scaglia contro questo tipo di organizzazione del lavoro, accusata di servire solo a comportare «privilegi esclusivi» per pochi a danno di tutti gli altri. Perché gli ordinamenti corporativi, con i loro Statuti e Regolamenti che dettano legge, non fanno altro che costringere, ponendo dei limiti, la libertà economica di tutti, imprenditori o lavoratori che siano. Infatti come funziona, che ogni «maestro» di bottega è tenuto ad assumere un prestabilito e non superabile numero di «apprendisti», i quali sono tenuti a lavorare per lui un prestabilito e non inferiore numero di anni, gratuitamente perché in cambio di ciò che imparano. Ma la cosa più grave di questo tipo di ordinamento sta nel fatto che dove esso è in vigore viene proibito di esercitare un qualsiasi mestiere a chi non abbia prima conseguito il prefissato periodo di apprendistato presso una bottega qualificata. Così che un sistema del genere, per così dire a numero chiuso, comporta un'inevitabile restrizione alla libera concorrenza di lavoratori e imprenditori liberi, cioè non inquadrati nelle corporazioni, i quali si ritrovano tagliati fuori dal sistema produttivo. Per non dire infine come con una produzione regolata in questo modo non è solo la qualità delle merci ad essere garantita, ma anche il loro prezzo viene praticamente deciso a priori dai produttori, indipendentemente dalla domanda effettiva del mercato. Qui l'afflato liberale di Smith tocca uno dei suoi punti culminanti. A parte lo sdegno per la condizione dell'apprendista, costretto a fare il «servo» del suo maestro di bottega, ma è proprio la stessa dignità dell'uomo che, con il sistema corporativo, viene secondo lui impunemente calpestata nella sua "sacralità". Le parole che egli usa a questo proposito sono degne di citazione, se non altro per la loro rarità, e nonostante dietro di esse si celi il suo solito interesse per il perseguimento senza impacci dell'interesse economico imprenditoriale: «Il diritto di proprietà che ogni uomo ha sul proprio lavoro è il più sacro e inviolabile, essendo il fondamento originario di ogni altra proprietà. Il patrimonio di un uomo povero è la forza e la destrezza delle sue mani, e proibirgli di impiegare questa forza e questa destrezza come egli giudica più opportuno, purché non danneggi i suoi simili, è una patente violazione della più sacra delle proprietà. È una manifesta usurpazione della giusta libertà sia del lavoratore sia di coloro che sarebbero disposti ad assumerlo» (p. 150)! Capito? Tante belle parole per dire alla fine che il "più sacro e inviolabile" diritto del lavoratore è quello di potersi vendere liberamente all'imprenditore, senza che debba perdere tanti anni per la sua formazione prima di arrivare a percepire un salario! E si capisce come a tale "libertà" economica del lavoratore di «svolgere» il proprio lavoro debba corrispondere quella dell'imprenditore di «assumere», essendo in questo senso il sistema corporativo un impaccio anche per costui. Non c'è che dire, proprio un bel progresso, ancora una volta tipico della disgustosa concezione liberale del lavoro e della libertà.
Ma c'è un'ultima osservazione importante che Smith fa a proposito del sistema corporativo, parlando del rapporto che esso instaura tra «quella più grande corporazione che è la città stessa» (p. 152) e la campagna. Abbiamo visto come tale sistema miri ad una restrizione della concorrenza, con l'impedire il libero accesso al lavoro, all'impresa e alla produzione, da cui conseguono gli artificiosi alti livelli di salari, profitti e prezzi, che finiscono per danneggiare coloro che delle corporazioni non fanno parte. Ebbene lo stesso meccanismo si instaura appunto anche tra gli artigiani e commercianti di città nei confronti degli imprenditori e lavoratori agricoli, insomma tra la «città corporativa», con la sua politica di rigido controllo della produzione, e la campagna che, lasciata a sé stessa, ne fa le spese. Infatti tutte le categorie produttive cittadine erano collegate tra loro, essendo soggette ugualmente ai regolamenti corporativi, così che si creava una sorta di equilibrio tra le corporazioni, le quali finivano per pagare un po' più i fornitori e vendere un po' più ai clienti. Quindi non è tanto fra di loro che facevano buoni affari, quanto appunto con la campagna, dalla quale pure provenivano i viveri per la sussistenza nonché le materie prime per la produzione. Solo che con quel sistema la campagna doveva pagare prezzi artificialmente gonfiati sui prodotti per così dire importati dalla città, mentre incassava prezzi "naturali" per i suoi prodotti esportati. Uno squilibrio creato dunque ad arte, sia produttivo che commerciale, evidentemente vantaggioso per la città e dannoso per la campagna. Ecco, anche se è solo un'impressione, però pare che quel rapporto che c'era tra le corporazioni cittadine e la campagna sia un po' proprio come quello che c'è oggi tra le banche e i loro clienti!
E passiamo al secondo caso che Smith rileva a proposito delle interferenze dello Stato in materia economica, singolarmente opposto a quello appena visto, sebbene molto più marginale, ma non per questo meno significativo. Si tratta appunto del caso per cui attraverso una certa legislazione la concorrenza viene artificialmente ampliata più di quanto non sia necessario ad un corretto andamento del per così dire mercato del lavoro. Succede infatti che in alcune professioni particolari si abbia un'inflazione di coloro che le esercitano, dovuta al fatto che la loro formazione avviene a carico dello Stato, o comunque «non a proprie spese». L'esempio più eclatante è quello «degli ecclesiastici», i quali sono così tanti appunto perché la loro istruzione, pure così lunga e gravosa, non è a carico loro. La conseguenza è però che il loro guadagno è talmente basso da rasentare la miseria dei lavoratori più umili, a conferma della legge "naturale" per cui quanto più una "merce" è abbondante tanto meno meno la si paga. Nel caso di costoro è però lo stesso Stato inglese ad essere intervenuto, emanando delle apposite leggi che imponessero un aumento per «i salari dei curati» oltre una soglia minima che garantisse un livello di esistenza adeguato alla dignità della loro funzione. Curiosamente, fa notare Smith, al contrario delle leggi fatte a proposito dei salari operai, che erano invece sempre orientate ad una loro diminuzione! Sta di fatto che in entrambi i casi l'intervento legislativo si è sempre dimostrato vano, perché alla fine è solo il mercato che decide certe cose, volta per volta sulla base delle circostanze economiche oggettive. Sicché agli esponenti del basso clero è toccato comunque di contentarsi del miserevole «compenso pecuniario» dato loro, mitigato giusto dal «rispetto» della gente per l'onorabilità della loro professione. Perché questo succede fatalmente quando una categoria professionale viene «istruita a pubbliche spese», ossia quando «è così facile ottenere l'educazione richiesta» per il suo esercizio: i suoi componenti aumentano velocemente di numero, insieme al crescere della concorrenza tra di essi e quindi ad una diminuzione dei loro salari. E infatti lo stesso accadrebbe per medici o avvocati, se non fossero le loro famiglie che in privato coprono le spese per i loro studi. Invece la medesima «dequalificazione» del clero è toccata in sorte agli «uomini di lettere», non a caso spesso diventati tali proprio in quanto preti mancati, e però altrettanto numerosi, che hanno finito per fare gli insegnanti in cambio di un compenso da fame. Proprio al contrario di quanto accadeva nell'Antichità, quando i dispensatori di sapere erano lautamente retribuiti; sebbene a parere del nostro Autore più perché erano pochi che non per il fatto che appartenessero generalmente alla classe aristocratica, e senza nemmeno fare distinzione tra l'insegnamento di Platone o Aristotele e quello dei Sofisti (pp. 156-158). Ecco insomma come con ciò sia abbastanza chiaro quanto Smith già ai suoi tempi fosse per la scuola privata, proprio nel senso di chi se la potesse permettere di tasca propria. Quale migliore e più "naturale" metodo affinché il numero dei professionisti si mantenga limitato alle reali necessità sociali, in modo che costoro vengano quindi retribuiti quanto meritano? Stando alle premesse liberali, nessuno!
L'ultimo modo in cui secondo il nostro Autore lo Stato, intromettendosi, finisce per danneggiare l'economia, è quando ostacola la mobilità, fino ad impedire la «libera circolazione del lavoro e dei fondi» (p. 160). Succede infatti che, sempre per assecondare i privilegi corporativi, la legislazione proibisca che l'impiego di operai e denari cambi per così dire destinazione d'uso e di luogo. Così che ciascun lavoratore è vincolato per forza al suo stesso lavoro nella sua stessa impresa, il che comporta di conseguenza anche l'immobilismo dei capitali, i quali si sa che per fruttare devono invece girare liberamente. In Inghilterra in più c'è un'altra causa specifica che ha contribuito notevolmente all'acuirsi di tale situazione: le «leggi sui poveri» (p. 161). L'argomento è degno di nota non solo per il seguito che avrà negli economisti successivi, a partire dalla famigerata opera di Malthus in poi, ma anche per la sua straordinaria attualità con la problematica odierna dell'immigrazione. La cosa singolare inoltre è che qui incontriamo di nuovo quella sorta di Smith dal volto umano, il quale si prende a cuore la causa dei poveri, sebbene come al solito più come parvenza dei soliti interessi economici che altro. L'obiezione che egli solleva è infatti che quelle leggi sono sia materialmente antieconomiche che moralmente ingiuste. La cosa più grave è però che esse hanno finito per impedire la libera circolazione dei poveri, e con essi del «lavoro comune», quello insomma non qualificato, ma non per questo meno necessario. Per farsi capire il nostro Autore indugia sulla storia secolare di quelle leggi, che parte dalla riforma religiosa di Enrico VIII°, il quale nella prima metà del Cinquecento incamerò i beni ecclesiastici e abolì i monasteri che fino ad allora erano stati pertinenti alla Chiesa di Roma. E fu proprio a seguito di quell'iniziativa che la condizione dei poveri inglesi peggiorò di colpo, poiché venne a mancare quel sostegno che essi ottenevano da quelle istituzioni caritatevoli tradizionali. La situazione si aggravò talmente che circa cinquant'anni più tardi, a partire dal regno di Elisabetta in poi, si iniziò ad emanare leggi volte a fronteggiare la sussistenza dei diseredati. In breve ogni parrocchia fu tenuta a provvedere ai propri poveri con sussidi raccolti attraverso apposite tasse locali. Ben presto però il problema divenne il «domicilio» di costoro, o meglio il loro per così dire "permesso di soggiorno" nel caso in cui avessero voluto trasferire la residenza da una parrocchia all'altra. Meglio ancora, i provvedimenti che si susseguirono cercarono sempre più di impedire tali spostamenti, finendo per renderli impossibili. Infatti se un povero con la sua famiglia cercava di ottenere la residenza in una parrocchia diversa da quella di nascita, magari anche per trovare un lavoro, doveva prima dimostrare di avere un reddito sufficiente, in modo che poi non dovesse correre il rischio di dover reclamare il sussidio per vivere. Cosa evidentemente impossibile, sicché costui si vedeva regolarmente rifiutare il nuovo domicilio, nonché espulso e rispedito da dove era arrivato. La conclusione di Smith contro questa legislazione sui poveri è duplice, come abbiamo detto, perché essa non solo ha finito per impedire la «libera circolazione del lavoro», danneggiando così l'economia; ma ha altresì calpestato il sacrosanto diritto dei cittadini alla libera mobilità sul territorio: «Respingere un uomo che non ha commesso alcun delitto dalla parrocchia nella quale egli ha scelto di risiedere è una patente violazione della libertà naturale e della giustizia» (p. 165). Quale tra i due sia poi il motivo prevalente di tale dissenso, quale quello reale e quello invece formale, lo decida il lettore!
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