mercoledì 14 luglio 2010

1. Divisione del lavoro e psicologia di mercato

L’esordio dell’opera ne rispecchia fedelmente il titolo, essendo appunto dedicato alla ricerca di quale sia la «causa principale del progresso» umano, che Smith intravede giustamente nel lavoro. Solo che, a dire il vero, più che sulla "ricchezza delle nazioni" in realtà è su quella degli individui che il nostro Autore concentra la sua attenzione; e anche quando si occupa effettivamente di economia politica internazionale, egli ne parla in fondo proprio come se ciascuno Stato fosse una singola famiglia o impresa. Il che sarebbe anche legittimo, se non fosse però per il suo confondere continuamente le due cose, identificando il bene sociale comune delle nazioni con quello personale privato degli imprenditori. Denotando come già allora egli fosse per quella che oggi è di moda definire "economia sociale di mercato", una patente e fraudolenta contraddizione di parole. E infatti già la breve Introduzione è significativa dell'impostazione controversa che l'Autore intende dare alla sua ricerca. Da un lato la prima espressione che egli usa è proprio «Il lavoro», riconosciuto come la reale fonte creatrice della ricchezza, quella che permette di realizzare in ogni nazione la costituzione di un «fondo» di sussistenza comune, una sorta di prodotto interno dal quale gli individui e gli Stati possano attingere per poter vivere. Al tempo stesso però in cui egli fa capire altresì la sua nozione per così dire mercantilistica di quella specifica attività umana, ponendo subito all'attenzione del lettore più l'equivalenza del «prodotto» del lavoro con «ciò che si compra con esso», ossia del frutto del lavoro con il denaro, piuttosto che con il lavoratore. È singolare come a questa nozione indifferente di merce-denaro con cui Smith apre, appunto come se merce o denaro fossero la stessa cosa, si contrapporrà in seguito Marx, il quale al contrario esordirà nella sua opera principale proprio con la distinzione tra «Merce e denaro», come recita il titolo della Sezione prima del Libro primo de Il Capitale, chissà se proprio in polemica con la confusionale uguaglianza stabilita invece da Smith tra le due cose. Sta di fatto che nel nostro caso presente tale equiparazione immediata di merce-lavoro-denaro ha però un inconveniente non trascurabile, che finisce per confondere e sostituire la produzione finalizzata all'uso e consumo dei lavoratori con quella per lo scambio fine a sé stesso degli imprenditori. Il che denota come già dalla prima pagina con il nostro Autore abbiamo il presagio dello spregio che il liberalismo economico mostra di avere nei confronti del lavoro umano, che sebbene concepito e riconosciuto così essenziale alla nostra specie, pure è ridotto immediatamente a una "merce" in compravendita come un’altra.
Smith concepisce dunque la centralità del lavoro fin da subito, sì, ma non per considerarlo un fine di per sé, quanto piuttosto un mezzo per qualcosa e qualcun altro. Un mezzo efficiente, poi, che proprio grazie alla sua «divisione» ha permesso di garantire quell’aumento considerevole delle «capacità produttive» degli uomini, da cui solo può conseguire l'arricchimento e la "ricchezza delle nazioni". Ora, su questa osservazione circa l'efficacia della divisione del lavoro il grande economista in effetti ha ragione, ed ha anche le prove di quanto sostiene. Gli basta fare il semplice esempio dello «spillettaio», secondo cui un singolo uomo «difficilmente riuscirà a fare uno spillo al giorno», laddove mettendo insieme «dieci persone», ciascuna impegnata in una sola singola operazione, esse arrivano a «fabbricare, fra tutti, più di quarantottomila spilli al giorno (p. 67)! Il che non fa una piega, e come premessa questo dato non può che essere unanimamente riconosciuto. Piuttosto sono gli sviluppi e le conseguenze liberali di tale impostazione che lasciano a desiderare, laddove ci si metta nei panni dei lavoratori, ovviamente. Allora si vede chiaramente che tale declamata divisione del lavoro, così fruttifera di produttività, si traduce però altresì fatalmente in divisione tra gli uomini; e che i pur evidenti vantaggi economici di quella organizzazione della produzione si rivelano tali solo per i pochi ricchi imprenditori della nazione, e proprio a danno della stragrande maggioranza dei lavoratori poveri!
Intanto c'è da dire che la divisione del lavoro, se è per questo, esisteva già all’Età della pietra, quella tra gli uomini cacciatori e le donne raccoglitrici; così che quando l'attività propriamente lavorativa in realtà nemmeno esisteva ancora, pure c'era una divisione tra le diverse mansioni dei cavernicoli impostata sul genere sessuale degli individui. E c'è da sottolineare anche un altro fatto, che l’aumento della produzione che si andava presagendo ai tempi di Smith era dato in realtà più dalle macchine che altro, le quali anzi erano proprio loro ad imporre la separazione tra le varie fasi produttive. Per dire come si possa anche concedere che la divisione del lavoro sia un fatto naturale, come Smith insiste che sia, ma solo nel senso in cui lo è stata per l’umanità primitiva. Laddove con l’introduzione dei macchinari nella produzione, fin dall'epoca preindustriale di Smith, essa è piuttosto un’operazione artificiale e forzata, certamente permessa dai progressi scientifici e tecnici, ma poi dettata unicamente dagli interessi privati imprenditoriali, nonché, ancora una volta, a totale discapito di quelli sociali dei lavoratori.
Ma il nostro Autore non bada a certe sottigliezze, e in quella "divisione" di cui parla egli vede solo una sorta di regola spontanea e universale che vale per tutti i tipi di lavoro possibili tranne uno, a parte il quale, «nella misura in cui può essere introdotta», porta infallibilmente copiosi frutti di produttività! La sola eccezione alla regola egli la intravede nel lavoro agricolo, che a differenza di quello manufatturiero di città non si presta all’esclusività delle mansioni da svolgere: «È impossibile separare del tutto l’attività dell’allevatore da quella del coltivatore, come avviene invece in genere del mestiere di falegname rispetto a quello del fabbro» (Ibid.). Solo che in questo caso più che del lavoro si tratta di una divisione dei lavori, il che non è lo stesso. Perché un conto è dividere il lavoro di falegnameria in diverse fasi tra diversi uomini, e un altro invece la separazione tra la falegnameria e gli altri mestieri. Ma è presto chiaro come sia la divisione all'interno dei singoli lavori quella tanto cara a Smith, e che egli auspica come il miglior toccasana dell’economia. Perché quando si guarda, come fa lui, principalmente alla resa economica dell'impresa, si vede che la maggiore produzione possibile si ottiene appunto proprio con quella pignola diversificazione e semplificazione delle varie mansioni lavorative, ciascuna poi opportunamente assegnata al singolo lavoratore per tutta la vita, che così può diventare sempre più veloce nel compiere il solito suo gesto! Il nostro economista nota infatti come siano «tre diverse circostanze» quelle che rendono vantaggiosa la divisione del lavoro, senza badare se lo siano più per chi la applica che per chi la subisce: «l’aumento della destrezza» cui perviene colui che compie sempre la medesima azione; il «risparmio di tempo» che ciò comporta, circostanza questa che però è un’evidente conseguenza della prima; e, più importante di tutte, l’«invenzione di un gran numero di macchine» (p. 68). Le quali ultime sarebbero quindi più la conseguenza che non il presupposto della divisione del lavoro, visto che la loro stessa invenzione deriverebbe da essa: «Gran parte delle macchine (...) furono in origine invenzioni di comuni operai» (p.70). Smith immagina insomma costoro che, messi lì a fare sempre la stessa cosa, invece di ottundersi la mente «finirono per indirizzare il proprio pensiero a escogitare metodi più facili e rapidi per compierla» (Ibid.)! Ora, non è escluso che questa cosa possa anche essere successa qualche volta, però James Watt, ad esempio, non era certo un operaio alla catena di montaggio, così come non lo sono stati i suoi colleghi scienziati e inventori che lo hanno preceduto e seguito!
Quello del nostro Autore si rivela insomma un fin troppo facile e a buon mercato ottimismo. Un carattere classico, un tratto tipico che sarà distintivo anche di tutta la successiva ideologia liberale. Anche questo lasciato presagire da Smith fin dall'Introduzione alla sua opera. Dove egli spiega infatti che in economia, alla fine, tutto sta nel «rapporto» che in ogni nazione si istituisce tra i prodotti del lavoro e il loro consumo, dipendente dalla capacità produttiva del lavoro in relazione al numero dei consumatori finali, compresi i molti dei quali però non lavorano. E si badi che di questi ultimi egli non sta parlando dei vecchi e bambini, che pure devono naturalmente sussistere senza produrre, bensì di quelli che pur non partecipando alla produzione, pur non svolgendo alcun «lavoro utile» per gli altri, pure vengono mantenuti e anzi consumano più di tutti! Ma non lo dice per criticare un tale stato di cose, per denunciare i danni sociali che gli esosi parassiti provocano, bensì per mostrare come «il prodotto complessivo del lavoro sociale è così grande che tutti gli individui ne risultano spesso abbondantemente provvisti», cioè appunto non solo i modesti lavoratori bensì anche i fannulloni gentiluomini! Non solo, ma con l'efficiente ed efficace divisione del lavoro, anche «la parte (...) di cui può godere un operaio frugale e industrioso, anche del più umile dei ceti poveri, sarà sempre maggiore di quella che può ottenere un selvaggio» (p. 63). Concetto ribadito alla fine del capitolo, dove l’Autore sostiene come anche i contadini nel mondo civile condurrebbero una vita da re, sebbene solo relativamente: «la distanza che separa un principe europeo da un contadino industrioso e frugale è meno grande di quella tra quest’ultimo e i vari re africani, padroni assoluti della vita e della libertà di diecimila selvaggi nudi» (p. 72)! Concezione rintracciabile del resto già in Locke, il quale nel suo Secondo Trattato sul Governo (V, 41), riferendosi agli Indiani americani che non svolgono alcun tipo di attività lavorativa, nota che «là il sovrano di un ampio e fertile territorio mangia, alloggia e veste peggio di un lavoratore a giornata in Inghilterra».
Tutto ciò rivela la mentalità ambiguamente ottimista e fittiziamente progressista del liberalismo e di Smith in particolare: la ricchezza delle nazioni civilizzate prodotta dal lavoro umano è talmente opulenta da essercene per tutti; essa è tale da permettersi di mantenere non solo il lusso dei nobili parassiti, ma anche la "frugalità" di operai e contadini, i quali non si possono lamentare della loro per quanto indigente condizione, poiché è tuttavia pur sempre più agiata che non quella dei "selvaggi" primitivi! L'importante è che la ricchezza venga prodotta, poi come viene redistribuita e consumata è un dettaglio che non conta, nemmeno quando si verifica nel modo più iniquo possibile. Una concezione a dir poco meschina, gretta, disumana, tipica della nascente "civiltà" mercantile, che tradisce subito come il suo interesse e la sua approvazione siano rivolti essenzialmente e inequivocabilmente agli uomini del denaro, più che a quelli del lavoro, e anzi a favore di quelli proprio a scapito di questi ultimi! È evidente dunque perché quello liberale è un ottimismo del tutto ideologico, allorché trascura e tralascia del tutto di considerare la forzata distinzione e separazione tra chi la divisione del lavoro la impone e chi invece è costretto a subirla, tra chi insomma concepisce il lavoro come un mezzo da sfruttare e chi invece lo preferirebbe come un fine da realizzare. Non solo Smith non fa caso a certe cose, ma senza il minimo pudore tende a rovesciare la realtà, parlando dei presunti “vantaggi” che la divisione del lavoro significherebbe anche per i lavoratori. Ecco, pare proprio di stare a sentire Aristotele che dice quanto la schiavitù sia proficua per gli stessi schiavi, oppure Gesù che dichiara «beati» gli ultimi perché in fondo è buon per loro essere tali! Così per il nostro Autore la copiosa produttività che la divisione del lavoro procura, significa ottenere una «prosperità che estende i suoi benefici fino alle classi più basse del popolo», cioè i lavoratori operai e contadini, così che «una generale abbondanza si diffonde fra tutti i ceti sociali» (p. 71)! Con tale sistema di organizzazione del lavoro e della società, dunque, produttività e produzione sono tali da essercene per tutti, e cioè non solo per il guadagno dei «mercanti e (...) trasportatori», per il mantenimento dell'ozio aristocratico e clericale, ma altresì anche per la sussistenza della popolazione più povera, che con il proprio umile lavoro riesce comunque a procurarsi tutte quelle cose d’uso comune di cui ha bisogno: «L’abito di lana col quale si ripara il lavorante a giornata, per esempio, per grezzo e ruvido che sia, è il prodotto del lavoro congiunto di una moltitudine di operai» (Ibid.). Ed è proprio grazie alla divisione del lavoro tra di essi che costui arriva ad ottenere e godere il suo abito, del quale quindi, per quanto da straccione possa essere, egli deve pur sempre essere grato, anziché magari lamentarsi! Come si vede quella di «classi» o «ceti sociali», come anche altre che incontreremo, non sono nozioni marxiste! Già Smith parlava di certe cose in certi termini, solo che egli le considerava come se fossero istituzioni sacrosante, quasi istituite dalla Natura o da Dio! Appunto esattamente come Aristotele aveva detto essere della schiavitù! Di qui sorge dunque legittimo il dubbio, se la divisione del lavoro allevia veramente la miseria della gente, oppure piuttosto la produce.
Dopo che la divisione del lavoro è stata presentata come ciò che viene e che sta prima di tutto, essendo da essa che proviene il progresso e la ricchezza delle nazioni, Smith si propone invece di indicare da dove essa a sua volta deriva, quale sia insomma il «principio che (le) dà origine». Ebbene salta fuori che si tratta di «una particolare inclinazione della natura umana (...): l’inclinazione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con l’altra» (p. 72). La divisione del lavoro non conseguirebbe dunque dalla produzione, bensì dallo scambio; e non tanto come atto pratico, quanto piuttosto come una sorta di potenziale propensione psicologica ad esso. Una specie di tendenza innata, tanto forte da far sì che la divisione del lavoro ne dovrebbe conseguire necessariamente, o naturalmente, come Smith ama più spesso dire. Di più, tale "istinto" per così dire commerciale è da lui indicato come la vera essenza dell’uomo, quella che lo distingue realmente dagli altri animali, i quali infatti non fanno scambi tra di loro. Si tratterebbe insomma di una disposizione tipica, caratteristica, che «è comune a tutti gli uomini e non si trova negli altri animali, che sembra ignorino ogni tipo di contratto. (...) Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare lo scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso» (Ibid.). Vero, però se è per questo nessuno ha nemmeno mai visto un cane lavorare! E Smith non è nemmeno sfiorato dall’idea che sia invece proprio il lavoro, e non il mercato, la vera essenza e attività essenziale dell’uomo, quella che realmente lo distingue dagli altri animali e che lo fa primeggiare sulla Natura. In realtà questa presunta tendenza naturale degli uomini a trafficare è il maggior pregiudizio che il nostro bisnonno dell'economia politica ha lasciato in consegna ai colleghi liberali successivi, ai quali non sembrava vero poter contare sul fatto che la mentalità mercantile di cui si ergono a paladini fosse sempre stata e sempre sarà specifica dell’essere umano proprio in quanto tale. Da quella che è stata poco più di una battuta di Smith si è generata la tacita credenza che sia stato effettivamente sempre così.
Ora, non è difficile da un lato ammettere che l’attività dello scambio è effettivamente atavica dell’uomo, che egli si porta dietro fin dall’alba della sua comparsa, e che pratica non solo con i suoi simili, ma anche con la Natura. Come d’altra parte è naturale che sia, dato che gli uomini vivono per natura in gruppi sociali, il che implica per forza delle relazioni tra di loro. Infatti già il rapporto di una madre col figlio, al limite, è una forma di scambio. Ma occorre precisare questa affermazione proprio per distinguerla da quella di Smith. Un conto infatti è ritenere che lo scambio sia un fatto naturale della specie umana, appunto perché la nostra è una specie sociale, e lo scambio è un fatto sociale. Altro conto è invece, come egli lascia credere, che la qualità “naturale” degli scambi umani fosse proprio quella della peraltro ancora incipiente economia di mercato. Come se quella dell’uomo del denaro fosse l’unica figura possibile dello scambio, perché quella “universale” di tutti i tempi; come se quella di mercato fosse la forma ottimale e miracolosa dell’economia, perché la più conveniente, sia per gli uomini d’affari che per tutta la società nel suo complesso; come se la psicologia lucrosa del mercante, la sua intraprendente sete di guadagno, fosse la più esemplare ed efficiente per avere dei rapporti umani decenti e progressivi!
Ma Smith non si è limitato soltanto ad insinuare il suo dogma economico, bensì ne ha spiegato le cause, il fatto cioè che gli uomini sono spinti allo scambio a causa del loro reciproco essere bisognosi e utili, della loro vicendevole necessità di servirsi gli uni degli altri. Egli nota come, a differenza delle varie razze canine, le quali, pur appartenendo alla stessa specie hanno talenti diversi, che però non hanno la possibilità di scambiare proficuamente tra di loro; gli uomini hanno invece la fortuna di poterlo fare! Essi infatti traggono vantaggio proprio dalle loro differenze, o meglio, dai «diversi prodotti dei rispettivi talenti». A questo punto si torna così di nuovo dalla divisione del lavoro alla divisione dei lavori, per di più con una concezione che non sta in piedi. Ora Smith ipotizza infatti un mondo umano originario nel quale ciascun individuo si specializza nella produzione di un bene particolare che poi mette in vendita, così che tutti i prodotti del lavoro sociale, proprio grazie all’universale disposizione umana per il commercio, «si può dire vengano messi in un fondo comune in cui ognuno può comprare qualsiasi parte gli serva del prodotto dei talenti altrui» (p.74). Insomma, sembra una sorta del marxiano “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, con la sola differenza che per Smith è necessario l'intermezzo del denaro, senza del quale è impossibile accedere al consumo e si può anzi anche morire tranquillamente di fame! Ma il suo discorso, a parte le supposizioni fantasiose, inizia piuttosto a far intravedere un altro punto chiave, ossia come il progresso della produzione, con le sue divisioni economiche e sociali, oltre al presunto, ottimistico godimento generalizzato dei prodotti, implica anche un’altra conseguenza, vale a dire la reciproca, ma indifferenziata ed indifferente dipendenza che si instaura tra i singoli membri del corpo sociale, dettata appunto dall'estensione universale di una rete di rapporti commerciali del tutto impersonali, appunto perché mediati dal denaro.
Ora, è evidente come il nostro Autore difetta gravemente di senso storico, ignorando le varie fasi storiche in cui i rapporti economici sono evoluti, e lasciando anzi intendere come se non ci fossero sostanziali differenze tra la sua epoca e quelle più remote. Per lui il dato di fatto originario è la possibilità e capacità che gli uomini hanno di fare scambi economici tra loro, ai quali sarebbero naturalmente portati. Lasciamo perdere il fatto che, secondo le sue stesse parole che ribadirà ancora, gli scambi dovrebbero essere in realtà preceduti dalla divisione dei lavori; ma è la fin troppo semplicistica supposizione astorica che divisione del lavoro e «mercato» siano andati ampliandosi pari passo dalla per così dire Età della pietra in poi, a non essere accettabile. Egli fa anche dell’antropologia economica, sebbene a modo suo, cioè in modo del tutto fantasioso. Sostiene infatti che già nella preistoria, presso le «tribù di cacciatori o pescatori», la distinzione e separazione dei mestieri avvenisse con le stesse modalità che nell’epoca moderna, e cioè non già tra uomini cacciatori e donne raccoglitrici, come in effetti fu, bensì con l'idea che ciascun membro del gruppo tribale si sarebbe specializzato a produrre da sé e per sé un determinato genere di beni, per scambiare poi il proprio prodotto con quello degli altri attraverso il commercio. Egli immagina insomma una primordiale "economia di mercato" nella quale ciascun singolo membro della tribù o del clan sarebbe stato naturalmente portato a «dedicarsi a un’occupazione particolare, coltivando e portando alla perfezione il talento o l’inclinazione che si trova ad avere per un tipo particolare di attività» (p. 73)! Per non dire dell’equivoco, che fu anche di Locke (Secondo Trattato, V, 28 e 30), di considerare il cacciatore preistorico non solo “commerciante”, ma altresì “lavoratore”, denotando come che cosa sia veramente, il lavoro, costoro proprio non l’hanno capito.
Ma collegata alla dipendenza universale degli uni dagli altri, al bisogno e utilità reciproci, e a parte gli abbagli in cui si è imbattuto finora, il nostro economista ci fornisce anche una descrizione breve ma accurata della psicologia dei comportamenti che precedono, seguono e conseguono all’universalità degli scambi. Un affresco conciso ma minuzioso, e questa volta vero al cento per cento. Nonché incurante del fatto che tali tratti psicologici del tipo d’uomo dedito al commercio di solito non sono proprio belli da vedere e si tende piuttosto a nasconderli. Invece, per quanto essi rivelino i tratti in realtà antisociali di tali personaggi, egli li lascia trasparire a chiare lettere, senza ipocriti e falsi pudori. E la semplice, ingenua e senza malizia descrizione che ne risulta, rivela come siano proprio i moventi delle azioni economiche ad essere "maliziosi", non potendo essere dettati da altro che non sia un calcolo interessato di costi e ricavi; insomma sicuramente tutt’altro che dall’esigenza di una relazione sociale spontanea e sincera. I contrapposti interessi privati non possono che essere in conflitto-concorrenza, sia tra i lavoratori che tra gli imprenditori, nonché tra gli uni e gli altri. Questo implica inevitabilmente un contegno reciproco generale non proprio aperto e trasparente, poiché chiunque debba convincere qualcuno a fare qualcosa per sé, è portato a simulare il proprio egoismo, ed a far leva piuttosto su quello altrui. La reciproca ostilità universale è frenata solo se e finché c’è una reciproca utilità; il tornaconto personale di ciascuno si rivela essere il principio regolatore dei rapporti sociali di tutti. Non siamo proprio ai toni hobbesiani, però quasi. Piuttosto si tratta di una sorprendente e chiara trasposizione sul piano economico di quella stessa morale che Bernard de Mandeville aveva espresso ne La favola delle api (1724), dove illustrava appunto come la prosperità della società non fosse dovuta alle virtù dei privati cittadini, bensì ai loro vizi. Smith infatti fa doverosamente capire come la mutua dipendenza creata tra gli uomini da una società di mercato sia in realtà una forzatura obbligata, visto il clima che essa genera, nel quale ciascuno «ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell’assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l’amicizia di poche persone» (p. 72). Per l'uomo l'indispensabile bisogno dei suoi simili, a differenza del restante mondo animale, si rivela come un ingranaggio costrittivo rispetto al quale non può sfuggire, ma solo cercare di adattarsi.
Ed ecco le sue famose parole, forse le più esemplari della “psicologia di mercato”, che con un banale esempio dicono tutto: «Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi» (p. 73). Immaginiamoci, con questa mentalità, di fare una capatina al "mercato del lavoro", e con ciò abbiamo chiaro davanti i rapporti sociali determinati dal disumano umanesimo liberale, per il quale alla fine ognuno finisce per considerare sé stesso come lo scopo di tutto, e gli altri come un mèro mezzo da usare in vista di quel fine! Smith mostra qui una schiettezza quasi infantile, sembrando un bambino che confessa una marachella di cui non sospetta la gravità! E infatti non si coglie in lui il benché minimo disappunto per quello che sta dicendo, lasciando trasparire anzi un'intenzione apologetica piuttosto che critica. Quel dato di fatto, quella situazione sociale che egli con un semplice esempio descrive così bene, e che pure è così evidentemente contraria ad ogni principio di umanità, sembra invece per lui proprio il migliore dei mondi umani possibili, l’unico che sia da riconoscere e promuovere come tale, perché l’unico proficuo "per tutti"! Così, l’aver colto e messo in luce la non proprio innocua mentalità di una società di mercato, non gli ha impedito di farsi al tempo stesso paladino della “libertà” di quegli scambi commerciali così vantaggiosi "per le nazioni", scagliandosi contro tutto ciò che avrebbe potuto o voluto ostacolarli. È del tutto normale del resto, perché egli non era mica un “comunista”! Inoltre, solo il fatto che egli scrivesse quando quel tipo di società era ancora appena in fasce, basta a riconoscergli la buona fede intellettuale; ad ammettere che fosse sinceramente convinto come, all’alba della Rivoluzione industriale, quella sarebbe stata la vera via del progresso umano. E per di più azzeccando in pieno la previsione! L’appunto che gli si può fare, casomai, è il solito, che in quel benessere che presagiva all’orizzonte egli, piuttosto ipocritamente, enfatizzò più l’utilità sociale delle imprese, che non quella privata degli imprenditori! Né ebbe il minimo riguardo per i lavoratori, se non in quanto uno dei “costi” di produzione, accanto ai macchinari e le materie prime!
In un certo senso, e lo vedremo presto, Smith si rese conto di quel contrasto che sembrava profilarsi tra l’interesse sociale, pubblico, dei lavoratori che mirano alla loro sussistenza, e quello individuale, privato, degli imprenditori che invece "accumulano” i loro profitti; uno scontro tra due interessi e due “categorie” di uomini reciprocamente dipendenti, eppure al tempo stesso separati, divisi e diversi; anzi, due tipi di interesse proprio opposti, in un modo nuovo che così mai si era visto ancora! Ma di certo all’economista scozzese non interessava la lotta di classe! Egli caso mai, anche ammesso che abbia avuto un serio sentore di questi problemi, era tuttavia in ogni caso per la “concilazione” tra le parti, proprio come per ogni buon cristiano! E proprio come un prete dal pulpito sembra Smith dalla sua cattedra, quando con la sua suggestiva metafora di una provvidenziale «mano invisibile», tenta di giustificare tutto quanto accade come il meglio possibile di tutto quanto possa essere e accadere! Una “mano” che, proprio come il Dio delle religioni, muoverebbe di nascosto le cose, osservando e provvedendo affinché il bene comune sia conseguito; e ciò nonostante ciascuno con i propri traffici persegua soltanto i suoi egoistici interessi personali, e anzi proprio per questo! Ognuno si comporta pensando solo a sé, e però per fortuna che, facendo così, senza però né saperlo né volerlo, - proprio come delle marionette, e solo grazie alla “mano” di Dio che tira i fili - fa il bene di tutti! Ecco perché, con una simile concezione, diventa del tutto inutile litigare tra le parti sociali, perché già tutto va per il meglio così! Beato ottimismo!
È dunque su tutte queste false premesse che l’economista scozzese ha lasciato intendere come quell’arrivismo, quell’ipocrita pensare a sé cercando di mostrare il contrario, e insomma tutti i tratti tipici della psicologia commerciale, fossero universali, propri di tutte le possibili forme di scambio particolari, comprese quelle più primitive. In realtà un pregiudizio bell'e buono, che pure è stato però in seguito unanimamente e tacitamente condiviso dagli economisti ortodossi delle Università, ma in realtà mai approfondito e accertato. Infatti è perfino inutile dire che non è stato per niente così. Che sì, è vero che con la relazione dello scambio è sempre una stessa specifica sfera di azione e di relazione ad entrare in gioco, un’istituzione che è tipica e rintracciabile in ogni epoca. Ma che non è vero affatto che tale rapporto abbia assunto sempre la stessa forma economica e sociale che ha preso piede con l’economia di mercato. Il che è del resto fin troppo ovvio. Invece cos’è successo, che Smith ha messso in giro quella voce ai suoi tempi, con la pubblicazione della sua opera, mentre tutti gli "scienziati" successivi quella supposizione del loro maestro non hanno fatto altro che consentirla in silenzio.
Karl Marx in effetti è stato il solo che nell’Ottocento abbia fatto una seria obiezione a Smith, su questo punto tra gli altri. L'unico che insomma, più o meno, gli abbia detto: guarda Adam, che l’uomo “borghese” che descrivi non è affatto l’uomo naturale universale che credi, non è una verità eterna buona per tutte le stagioni della storia; al contrario, questo tipo umano di cui parli esiste ed è tipico solo dei tempi moderni, per cui è un prodotto, più che produttore, della storia. Ecco un suo passo dei Lineamenti fondamentali di critica all’economia politica del 1857: «I prezzi sono antichi, e lo è anche lo scambio; ma (...) si sviluppano sempre più compiutamente solo nella società borghese, nella società della libera concorrenza. Ciò che Adam Smith, in pieno accordo con le concezioni dominanti del XVIII° secolo, colloca nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, ne è piuttosto il prodotto» (K. Marx, Il denaro. Genesi e essenza, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 25). In seguito poi soltanto negli anni Venti del secolo scorso quella pretesa assurda di Smith è stata messa in discussione, e non da un economista né da un “comunista”! Bensì da un certo Marcel Mauss, etnologo francese che si è occupato per primo proprio degli scambi presso le popolazioni primitive, attingendo ai lavori sul campo più accreditati dell’epoca, e dando così il via ad una corrente di antropologia economica che continua ancora oggi a gettare luce su come è andata veramente la vicenda storica degli scambi. Finalmente si sono messe da parte le elucubrazioni fantasiose e si è andati ad osservare direttamente la vita economica delle civiltà tribali ancora esistenti un po’ su tutta la Terra, permettendo una nozione ben diversa e ben più illuminante delle società primitive e dell'economia in generale. Ecco la conclusione a quest'opera pionieristica: «Sono state le nostre società occidentali a fare dell’uomo, assai di recente, un “animale economico”. (...) L’homo oeconomicus non si trova dietro di noi, ma davanti a noi (...). L’uomo è stato per lunghissimo tempo diverso, e solo da poco è diventato una macchina, anzi una macchina calcolatrice» (M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino 2008, pp.131-132). A questa corrente di pensiero si è inserito infine, sebbene per una via traversa, anche Karl Polanyi, socialdemocratico ungherese studioso dell’economia antica e critico di quella moderna, di cui ecco un passo tratto dalla sua opera fondamentale del 1944: «In realtà i suggerimenti di Adam Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. (...) e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa» (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2008., p. 58).

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