mercoledì 14 luglio 2010

6. Rendita della terra

Il capitolo sulla rendita della terra, l'ultimo e il più lungo del primo Libro di quest'opera, ha di singolare che per buoni tre quarti è dedicato all'argento e alle sue vicende di mercato. Si tratta quindi dell'argomento alla fine meno trattato, e in fondo anche per noi oggi certamente quello di minore attualità rispetto agli altri, soppiantato com'è dalla rendita finanziaria, ma che tuttavia non per questo può essere ignorato. Abbiamo già visto come la rendita costituisca la terza delle parti sociali e reddituali che concorrono a dividersi l'incasso ottenuto dalla messa in vendita delle merci dopo che sono state prodotte. Così come questa forma di reddito è stata spiegata sulla base di una non meglio precisata originaria appropriazione delle terre che prima erano in comune, analogamente ai profitti dovuti invece ad un'originaria accumulazione dei capitali in mani private. Ora Smith ci fornisce la definizione per così dire più tecnica della rendita, che in questo caso è però più simile a quella dei salari. Come infatti questi ultimi costituiscono il prezzo pagato per l'uso dei lavoratori, così la rendita è «il prezzo pagato per l'uso della terra» (p. 167). Ciò che accomuna questi due tipi di reddito è dunque il fatto che a pagarli è l'imprenditore, quello che appunto maneggia il denaro dall'inizio alla fine del ciclo produttivo. I lavoratori, proprio come il proprietario fondiario, vendono o meglio affittano ciò di cui dispongono, le braccia e la terra, mentre l'imprenditore compra o meglio noleggia, e paga per l'uso di questi particolari "oggetti". Non è difficile vedere come i lavoratori, che finora sono stati paragonati a merci come le altre, ora siano equiparati altresì alla terra, proprio come se essi fossero non uomini ma cose.
Ma Smith osserva invece una tutt'altra cosa, mettendo piuttosto in evidenza la differenza e anzi l'opposizione che ci sarebbe tra salari e profitti da una parte e rendita dall'altra. Il suo parere è infatti che «la rendita entra nella composizione del prezzo delle merci in modo diverso da quello dei salari e dei profitti. Salari e profitti alti o bassi sono le cause del livello dei prezzi; una rendita alta o bassa è l'effetto di tale livello» (p. 168). Come a dire che la rendita è l'ultima ad essere pagata, ovvero che se i prezzi non sono all'altezza essa è la prima a non esserlo. Che insomma quando una merce arriva sul mercato, il ricavato della sua vendita deve coprire prima le spese di produzione, compresi i salari, nonché il profitto; e solo ciò che avanza, se avanza, va alla rendita. Per spiegare come e perché debba essere così Smith presenta una distinzione dei prodotti della terra tra «il cibo», sia esso coltivato per gli uomini o pascolato dagli animali; ed «i materiali» da raccogliere o estrarre, siano essi necessari alla produzione di beni e di energia, oppure metalli e pietre preziose. Ebbene la differenza sta nel fatto che il cibo, esito del lavoro agricolo, è tra tutti i prodotti della terra quello di cui si ottiene il maggiore «sovrappiù» possibile. Per questo con i frutti della coltivazione si riesce a coprire tutti e tre i redditi in gioco, mentre con le materie prime la rendita non è sempre garantita. È evidente, per quanto paradossale possa essere, la reminiscenza fisiocratica di Smith su questo punto. Così come lo è l'attendibilità di questa osservazione, sebbene costoro non avessero idea della Rivoluzione neolitica che segnò l'avvento dell'agricoltura, ossia dell'attività propriamente lavorativa dell'uomo. Infatti con questa svolta decisiva della storia la semplice raccolta diretta dei frutti spontanei della terra fu soppiantata da quella indiretta, mediata dal lavoro agricolo che piega la Natura ad una produzione ben più sicura e copiosa. E l'identico discorso vale se si allarga il paragone tra la produzione agricola e quella delle materie prime, come ad esempio il carbone, la cui quantità non può essere pianificata dall'uomo ma dipende dalla disponibilità in cui è reperibile direttamente in Natura.
Il discorso di Smith ha dunque senz'altro un fondamento di verità, solo che basato su un criterio puramente economico, piuttosto che storico, e dunque piuttosto precario, perché come al solito considera la situazione e la mentalità dei suoi tempi come se fossero sempre state così. Egli ha dunque ragione nel dire che il lavoro agricolo è quello che assicura più prodotto rispetto alle materie prime che si possono ricavare dalla terra, e che perciò garantisce anche la rendita, oltre gli altri due redditi. Così come la produzione del cibo più diffusamente usato nell'alimentazione umana, come per esempio il grano in Europa, è quella che regola la rendita delle terre destinate ad altre colture, quella cioè al di sotto della quale non è più conveniente coltivare certi prodotti. Egli si attarda poi ad esaminare l'andamento delle variabili che influiscono sui prezzi, come la quantità e qualità dei prodotti, delle terre e del lavoro, esponendo però più una casistica delle varie colture che altro. Ribadisce l'osservazione che aveva già fatto circa l'influenza determinante della fertilità delle terre coltivate, aggiungendo anche l'importanza della loro posizione, più o meno vicina ai luoghi di mercato, nonché delle per così dire infrastrutture che agevolano i trasporti diminuendone i costi.
Segue quindi l'esame dei prodotti della terra che, a differenza di quelli agricoli, non garantiscono necessariamente una rendita, a cominciare dai «materiali per il vestiario e l'alloggio» (p. 181), i due beni più importanti dopo il cibo. Nella sua solita ottica ristrettamente economicista Smith induce che mentre nei tempi più remoti da lui fantasticati, quando l'agricoltura era alle prime armi, questi materiali erano in «sovrabbondanza» e dunque praticamente non valevano niente; poi sono al contrario diventati sempre più rari, così che la loro «scarsità» ne ha di per sé aumentato il valore, consentendo ai proprietari terrieri di ricavare appunto una rendita dal loro sfruttamento. A parte l'esempio assurdo delle tribù nordamericane, che dal commercio delle «pelli» avrebbero ricavato una rendita per dei proprietari terrieri che di fatto ancora non esistevano proprio; il nostro Autore aggiunge l'altro più calzante della «lana inglese», che commerciata con le Fiandre dava una rendita ai proprietari dei pascoli. In ogni caso la condizione generale affinché ciò si verifichi è la proprietà della terra insieme alla possibilità di commercializzare i suoi prodotti eccedenti il fabbisogno locale, i quali altrimenti andrebbero semplicemente a male o resterebbero inutilizzati. Lo stesso discorso vale infatti anche per i «materiali da costruzione», come le pietre o il legname, che arrivano a fornire una rendita solo se dopo la loro estrazione ed il loro trasporto al mercato siano venduti ad un prezzo che superi tutti i costi necessari a tale loro destinazione d'uso. Altrimenti, quand'anche quei materiali vengano sfruttati, il proprietario delle terre da cui vengono prelevati resta a bocca asciutta.
A questo punto Smith approfondisce il confronto tra lo sviluppo dell'agricoltura in rapporto a quello della lavorazione delle materie prime, facendolo con delle osservazioni degne di nota. Egli evidenzia come sia la disponibilità alimentare quella che regola tutte le attività umane, e come per questo nelle «nazioni barbare e selvagge» gli uomini, prima di pensare ad altro, debbano dedicare «nonvantanove parti del loro lavoro» su cento appunto a procurarsi il cibo. Ora, egli qui parla evidentemente, più che di "nazioni", di quei gruppi tribali che vivono di raccolta e di caccia, e che insomma non praticano l'agricoltura. Ancora una volta però, il fatto di qualificare come "lavoro" quello che fanno cacciatori e raccoglitori paleolitici, denota come il nostro economista non abbia capito per niente che cosa sia il lavoro. Tale arcaico stile di vita è infatti esattamente lo stesso di quello praticato da tutti gli altri animali, erbivori o predatori che siano, i quali sopravvivono appunto fruendo immediatamente delle risorse fornite direttamente dall'ambiente naturale. Per questo non si può dire che in tali circostanze l'uomo lavori, perché il lavoro è proprio ciò che lo distingue sostanzialmente dagli altri esseri viventi. Ed è appunto solo con la Rivoluzione agricola che si compie il grande salto con cui l'uomo inizia propriamente a lavorare; il che è accaduto appena diecimila anni fa, ben pochi se si pensa ai due-tre milioni di anni della sua evoluzione precedente. Con l'attività agricola per la prima volta l'uomo comincia a produrre ciò di cui ha bisogno, piegando per questo la Natura ai propri scopi, piuttosto che affidarsi alla sua spontanea prodigalità come aveva fatto fino ad allora. E per quanto Smith veda l'importanza decisiva dell'agricoltura, pure non ne coglie questo che è il punto essenziale, e proprio perciò egli vede il lavoro come una semplice merce di scambio, perché non ha idea di che cosa veramente esso sia.
Ma a parte questo dettaglio, che pure non è certo trascurabile, il suo ragionamento fila liscio come l'olio, ed è anzi rivelatore della sua visione del progresso umano. Egli nota come con la coltivazione della terra la disponibilità alimentare sia talmente aumentata che molti hanno potuto occuparsi di altre cose, dedicandosi appunto alla lavorazione delle varie materie prime a disposizione, con la produzione di nuovi beni oltre quello primario del cibo. Il che è fin troppo ovvio, e infatti non è che tali ossevazioni di Smith abbiano chissà quale portata, se non fosse per le parole che egli usa nel descrivere il modo in cui l'umanità ha conseguentemente progredito. Egli vede infatti la produzione di nuovi beni non tanto orientata alla soddisfazione dei bisogni umani in generale, quanto piuttosto quella dei capricciosi desideri dei ricchi! I quali hanno finito per appropriarsi di quell'abbondanza di cibo che l'agricoltura ha permesso, ed evidentemente non per mangiarselo, bensì per poi scambiarlo con tutte quelle cose belle, comode e utili alla vita che il lavoro umano andava producendo! Il passo che segue è un po' lungo, ma citarlo vale sicuramente la pena, perché denota la liberale sincerità con cui Smith esprime una verità per così dire scabrosa, per quanto egli lo faccia nei soliti termini storicamente inattendibili:

«Il ricco non consuma più cibo del suo vicino povero; in fatto di qualità il cibo può essere molto diverso e la sua scelta e preparazione possono richiedere più lavoro e più arte, ma in fatto di quantità è quasi lo stesso. Paragonate però lo spazioso palazzo del ricco e il suo grande guardaroba con la capanna e con i cenci del povero e vi accorgerete che la differenza tra loro in fatto di vestiario, alloggio e mobilio è quasi altrettanto grande in quantità che in qualità. Il desiderio del cibo è limitato dalla limitata capacità dello stomaco di ogni uomo, ma il desiderio di comodità e ornamenti negli edifici, negli abiti, nell'equipaggio per la carrozza e nel mobilio, sembra non avere limiti né confini precisi. Perciò, coloro che dispongono (chissà come!) di più cibo di quanto possano consumare sono sempre disposti a scambiarne il sovrappiù, ovvero, che è lo stesso, il prezzo di esso, per soddisfazioni di quest'altro genere. Ciò che rimane dopo la soddisfazione del desiderio limitato viene offerto per compiacere desideri che non possono mai essere soddisfatti e che anzi sembrano non avere alcun limite. I poveri, per ottenere cibo, impiegano sé stessi per appagare questi capricci dei ricchi e, per ottenerlo con maggiore sicurezza, si fanno concorrenza l'un l'altro nel basso prezzo e nella perfezione del loro lavoro» (p. 183»!

Ecco come va il mondo nell'ottica liberale, e senza che tale andazzo susciti il minimo imbarazzo nel nostro Autore, come se fosse del tutto naturale! Il dato di partenza è una produzione di cibo eccedente le necessità immediate, che permette lo sviluppo delle attività artigianali accanto a quella agricola. Il passo successivo è l'accumulazione e appropriazione di questo cibo in sovrappiù in mani private, con il quale, proprio come se fosse denaro, si fanno lavorare gli altri per sé nella produzione di per così dire articoli di lusso! E più il meccanismo si sviluppa, più la produzione di cibo e di beni progredisce insieme alla ricchezza dei ricchi, più cresce la domanda delle materie prime necessarie, più finalmente il proprietario terriero riuscirà ad ottenere la sua rendita! Il cerchio si chiude e tutti sono contenti e soddisfatti! Ecco insomma ancora una volta come un meccanismo palesemente perverso venga invece spacciato per virtuoso dall'incipiente concezione liberale dell'economia di mercato!
Segue ora una lunga disgressione sui metalli preziosi e sull'argento in particolare, anch'essi materie prime della Natura, argomento che però affronteremo in seguito a proposito della moneta. Passiamo così alla conclusione di questo capitolo di Smith, con la quale egli in realtà propone un riepilogo, tira le somme e chiude il primo Libro della sua opera. Più precisamente egli si dedica ora al confronto, o meglio al conflitto di interessi che si verifica tra i «tre diversi ordini di persone», ovvero i «tre grandi ordini originari ed elementari di ogni società civile», i quali si spartiscono «naturalmente» la ricchezza prodotta dal lavoro dell'intera nazione.
Ebbene, scopriamo che l'interesse dei «gentiluomini di campagna» che vivono di rendita non è opposto, bensì «strettamente e inseparabilmente connesso all'interesse generale della società» (p.251)! E ciò nonostante costoro siano dei parassiti patentati, che non contribuiscono un bel niente alla produzione sociale complessiva. Il fatto è che, come Smith ha appena spiegato nei paragrafi precedenti, più cresce il progresso economico, a partire dall'iniziale produzione agricola, più aumenta la rendita del proprietario fondiario, pretendente e destinatario finale della ricchezza prodotta. L'andamento generale dell'economia è anzi quello più direttamente proporzionale a quello della rendita. La quale, se è l'ultima ad essere pagata, e se anche può non venir pagata affatto, pure è quella parte del reddito che, una volta coperti tutti i costi di produzione, compresi i salari e il profitto, si prende tutto il resto. Il che, nel caso in cui gli affari vanno a gonfie vele, vuol dire la quota di reddito maggiore di tutte. Perciò questi uomini gentili hanno tutto l'interesse affinché le cose vadano per il meglio, perché è da tali circostanze favorevoli che dipendono le loro entrate, mentre in caso contrario resterebbero a bocca asciutta. Indubbiamente, ammessa a priori la legittimità della pretesa di costoro, il discorso non fa una piega.
Ma lo stesso dicasi, guarda un po', anche per quelli che vivono di salario, «la razza dei lavoratori», il cui interesse particolare si rivela altrettanto coincidente con quello economico generale della società nel suo complesso. Smith ricorda infatti come anche per costoro le cose vanno meglio nei periodi di crescita, in cui ottengono la massima retribuzione possibile; peggio con l'andamento stazionario dell'economia, quando riescono appena a sopravvivere; e male nelle fasi di declino, che per loro significa morire letteralmente di fame. C'è poi anche un altro tratto che accomuna questa «classe» alla prima: l'ignoranza dei loro membri, sebbene dovuta a cause opposte. I redditieri infatti sono intellettualmente aridi per semplice indolenza, perché la loro agiatezza gli permette di infischiarsene dell'istruzione, della quale non hanno alcun bisogno. I lavoratori al contrario sono ignoranti per il troppo da fare che hanno, insieme alla miserevole condizione in cui versano, la quale rende impossibile ogni forma di educazione. Infine, pur presentando un interesse economico e una deficienza culturale in comune, c'è però anche una differenza tra queste due «parti» sociali che Smith fa presente: «L'ordine dei proprietari (terrieri) può forse guadagnare più di quello dei lavoratori dalla prosperità della società, ma certo nessun altro ordine soffre più crudelmente di quello dei lavoratori per il declino della società» (Ibid.). Come di consueto, quando c'è da guadagnare sono i signori a farlo, mentre a perdere ci pensano i lavoratori!
Per ultimo arriviamo al «terzo ordine, quello di coloro che vivono di profitto», in vista del quale mettono in moto l'intero meccanismo produttivo della società. Sono gli uomini im-prenditori di denaro, quelli che lo maneggiano e fanno girare avendo di mira e ricercando soltanto di farne dell'altro. Ed ecco l'inattesa sorpresa finale, disgustosa e deliziosa al tempo stesso, da un lato per la realtà che rivela e dall'altro per la franchezza con cui il nostro economista ce la fa vedere. Al quale non si può far altro che essere grati per il brano che segue, con il quale egli chiude il primo Libro della sua opera, confermando definitivamente quanto aveva già in parte rivelato, che l'interesse imprenditoriale è inconcilialibile con quello sociale generale, proprio perché opposto ad esso. Sono parole che mai come questa volta si commentano da sole, davvero sorprendenti ed inequivocabili nel loro dimostrare come il meccanismo del mercato mosso dal profitto privato possa reggersi solo a spese altrui, del "pubblico" come dice Smith, dei lavoratori a voler essere più precisi.

«Ma il saggio del profitto non cresce con la prosperità e non diminuisce col declino della società, come avviene per la rendita e per i salari. Al contrario esso è naturalmente basso nei paesi ricchi ed è alto in quelli poveri, ed è sempre massimo nei paesi che vanno a tutta velocità verso la propria rovina. L'interesse di questo terzo ordine, pertanto, non ha la stessa connessione con l'interesse generale della società che ha quello degli altri due ordini. I mercanti e i padroni manifatturieri sono, in quest'ordine, le due classi di persone che comunemente impiegano i maggiori fondi e che, per la loro ricchezza, si attirano la massima considerazione da parte del pubblico. Siccome essi, per tutta la loro vita, sono occupati in programmi e in progetti, hanno spesso maggiore acutezza di intelligenza della maggior parte dei gentiluomini di campagna. Tuttavia, siccome i loro pensieri sono comunemente rivolti piuttosto all'interesse del loro particolare ramo di affari che all'interesse generale della società, il loro giudizio, anche quando è dato con la massima obiettività, cosa che non sempre si verifica, è molto più degno di affidamento nei riguardi del primo di questi scopi che non nei riguardi del secondo. La loro superiorità sui gentiluomini di campagna non consiste soltanto nella loro conoscenza del pubblico interesse, quanto in una migliore conoscenza del loro proprio interesse. È per questa superiore conoscenza del proprio interesse che essi hanno spesso approfittato della generosità dei secondi (sic!) e li hanno persuasi a sacrificare sia il loro interesse che quello quello del pubblico, con la semplicissima ma sincera convinzione che il loro interesse, e non quello dei gentiluomini di campagna, fosse l'interesse del pubblico. Tuttavia, l'interesse di coloro che trattano in un certo ramo commerciale o manufatturiero è sempre, sotto qualche aspetto, diverso da quello del pubblico, e anche opposto. L'interesse dei commercianti è sempre di allargare il mercato e restringere la concorrenza. Allargare il mercato può spesso essere abbastanza coerente con l'interesse del pubblico, ma restringere la concorrenza gli sarà sempre contrario e può solo servire a mettere in grado i commercianti, aumentando i loro profitti al di sopra del livello al quale sarebbero naturalmente, di applicare, a proprio beneficio, un'assurda tassa sul resto dei loro concittadini. La proposta di una nuova legge o di un regolamento di commercio che provenga da questa classe dovrebbe essere sempre ascoltata con grande precauzione, e non dovrebbe mai essere adottata, se non dopo averla esaminata a lungo e attentamente, non solo con la più scrupolosa, ma anche con la più sospettosa attenzione. Tale proposta, infatti, proviene da un ordine di uomini il cui interesse non è mai esattamente uguale a quello del pubblico e che, generalmente, ha interesse a ingannare e anche opprimere il pubblico, come in effetti ha fatto in numerose occasioni» (pp. 251-253).

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