mercoledì 14 luglio 2010

4. Profitti di denaro

Questo è uno dei capitoli più controversi che si incontrano in quest'opera, dove l'Autore pone delle premesse da cui poi giunge a conclusioni opposte. Ebbene i "profitti" di impresa, tanto per cominciare, hanno lo stesso andamento dei "salari" da lavoro, poiché sono le «stesse cause» quelle che li fanno salire o scendere. Infatti il livello di entrambi muta in funzione della medesima variabile, a seconda cioè che aumenti o diminuisca la «ricchezza della società». A tutta prima sembra dunque che questo denominatore comune di salari e profitti, la ricchezza nazionale, li faccia andare di pari passo: se gli affari vanno bene, allora ci guadagnano tutti, così che più crescono i guadagni personali degli uomini d'affari e maggiori sono i benefici sociali che anche tutti gli altri ne ottengono. Pare insomma proprio di essere alla per così dire finalità pubblica delle imprese private! Se non fosse però che da una parte risulta evidente come quella variabile, in funzione della quale le altre dipendono, non è la generica ricchezza sociale delle nazioni, bensì le particolari ricchezze individuali degli imprenditori! Mentre dall'altra abbiamo finora già visto a più riprese come in genere gli interessi tra lavoratori e imprenditori risultino contrapposti, più che andare a braccetto. Ma ecco infatti che subito il nostro economista aggiusta la mira e corregge il tiro: egli conferma la premessa su come sia la "ricchezza pubblica" a trainare il carro dell'economia, a determinare la prosperità o meno sia dei lavoratori che degli imprenditori; però con una differenza, che «gli effetti» causati dall'andamento di tale presunta "ricchezza statale" «sono molto diversi per i profitti e per i salari» (p. 124)! Anche se siamo proprio al limitare della logica, pure a quanto pare è proprio così: quelle che prima erano definite le stesse cause che determinerebbero nella stessa proporzione l'aumento o diminuzione sia dei salari che dei profitti, finiscono però per avere degli effetti diversi sugli uni e gli altri! Né finisce qui, perché deve ancora arrivare il colpo di scena. A questo punto infatti, trascurando le evidenti contraddizioni appena viste e anche ammesso che le cose stiano così, uno si aspetterebbe che come minimo, con l'aumento della ricchezza nazionale, fossero prima di tutto gli imprenditori a guadagnare più di tutti; e proprio a spese dei lavoratori, se gli effetti di quell'aumento devono essere "molto diversi" tra le due parti. Invece salta fuori proprio il contrario, che in tali circostanze sarebbero i salari a guadagnare e i profitti che ci rimettono! È proprio il caso di dire chi l'avrebbe detto! Ma seguendo i salti mortali del ragionamento di Smith si capisce cosa egli voglia dire, e che nonostante i contrasti con le sue stesse premesse egli non sta parlando a vanvera: è «l'aumento dei fondi» impiegati dalle imprese, quello che, «mentre innalza i salari, tende ad abbassare i profitti». Confermando implicitamente come sia proprio l'attività di impresa quella che determina il sintomo e la diagnosi della crescita economica, e non la fantomatica "ricchezza sociale", la quale ultima infatti evidentemente segue, invece che precedere la prima, e ne è insomma l'effetto più che la causa. Ma a parte questi dettagli, al limite più terminologici che altro, vediamo come il nostro economista spiega il suo paradosso: in caso di aumento dei "fondi" destinati a una qualsiasi attività d'impresa succede che si accende una «reciproca concorrenza» tra gli investitori, la quale fa appunto diminuire i profitti; laddove per i lavoratori in tal caso si mette bene, essendo che con l'aumento della "domanda" di occupazione essi sono maggiormente apprezzati e dunque ottengono salari più alti. E va bene; però, se è così come sembra, se vediamo schiere di imprenditori che si affollano ad investire negli stessi rami di produzione, allora vuol dire che nella nazione ci sono più fondi che braccia da impiegare. Un caso decisamente limite, e anzi a tutta prima mai visto! Eppure un caso di cui Smith porta l'esempio concreto, storicamente determinato, come vedremo presto. Il suo singolare paradosso egli intende infatti dimostrarlo con i dati alla mano, esibendo le variazioni del tasso che i profitti hanno nei vari Paesi, in funzione dell'andamento della ricchezza nazionale di ciascuno.
Prima di entrare in questi dettagli empirici egli apre però una parentesi, che data l'importanza non si può trascurare. Quello che a questo punto il nostro Autore solleva è il problema del metro da usare per la misura dei profitti, donde determinare il loro "giusto" saggio. La cui soluzione non è facile, egli avverte, perché se è complicato l'accertamento dell'entità dei redditi da lavoro, ancor più lo è quello dei redditi d'impresa: «Il profitto è talmente fluttuante che (...) esso varia non solo da un anno all'altro, ma da un giorno all'altro e quasi da un'ora all'altra» (Ibid.). Appunto a differenza dei salari, che abbiamo visto essere il prezzo più stabile tra tutte le "merci" sul "mercato"! Ma c'è dell'altro, che non solo il profitto è difficile da determinare con una certa esattezza ai tempi attuali, bensì che «è del tutto impossibile giudicare con un certo grado di precisione quale esso sia stato in origine». Quasi che una categoria economica e sociale del genere fosse sempre esistita, fin dai «periodi di tempo remoti» della storia umana! A parte simili dettagli, vediamo come Smith per fortuna risolve il problema della misura dei profitti, in modo da stabilire quale debba essere la loro quota "naturale", quella in armonia con le altre "naturali" parti economiche e sociali. Ecco, dei «profitti medi dei fondi è possibile formarsene un'idea approssimativa dall'interesse del denaro» (Ibid.). Ecco fare di nuovo capolino quella categoria alla quale Smith ha già accennato una volta: l'interesse (cfr. p. 99). Il quale rappresenta il reddito di una nuova figura sociale, il banchiere, e di una nuova modalità possibile di «impiego del denaro»: usato dal suo possesore non più direttamente in un'impresa di lavoro a scopo di profitto; bensì dato in prestito, appunto a scopo di interesse, e senza nemmeno doversi sporcare le mani a dover trattare con i lavoratori! Ed ecco la «massima» che collega i due possibili differenti usi o impieghi, nonché redditi, del denaro: sono direttamente proporzionali, crescono o diminuiscono insieme. Proprio ciò che all'inizio del capitolo è stato detto fosse per profitti e salari! Ora invece, e molto più realisticamente, sono i profitti del denaro impiegato nell'impresa che vanno a braccetto con gli interessi del denaro prestato dalla banca. E siccome il «saggio di interesse» per il denaro prestato è noto, ecco come, una volta supposto che il suo saliscendi corrisponda all'altro, esso ci permetterà di risalire a «una qualche idea circa l'andamento del profitto» (p. 125). Ma prima di questo occorre notare un altro particolare curioso, che accanto al «saggio di mercato» dell'interesse, libero, ce n'è uno di Stato, forzato. Il primo è «il saggio al quale le persone di buon credito prendono usualmente denaro a prestito», la percentuale in più che essi sono disposti a restituire, per poter disporre di quella somma. E questo è il saggio "naturale" dell'interesse. La curiosità è che mentre i prezzi delle merci li abbiamo visti distinguersi tra quelli naturali e quelli di mercato, nel caso dell'interesse quello di mercato coincide invece con quello naturale! Laddove è l'interesse legale, quello imposto imposto dallo Stato, ad essere artificioso, nonché inutile, perché facilmente raggirabile nella pratica; anche quando esso sia un tentativo, peraltro vano, di contrastare «il male dell'usura». Per fortuna che quelle leggi, storicamente determinate, le quali imponevano un predeterminato tasso di interesse obbligatorio, «sembrano aver seguito e non preceduto il saggio di mercato dell'interesse» (Ibid.). Simili iniziative statali, in fondo, sarebbero esattamente come imporre per legge il saggio di profitto, impensabile per un liberale!
A questo punto, chiusa la parentesi, torniamo con l'acquisita nozione di interesse al "paradosso" smithiano, che con l'aumento della "ricchezza sociale" calano i profitti imprenditoriali. E scendiamo un po' nel dettaglio degli esempi che egli porta a sostegno di tale sua tesi, ossia al confronto tra l'andamento del tasso che i profitti hanno nei vari Paesi, in funzione della loro ricchezza nazionale. Ebbene, dal fatto che nella più povera Scozia il saggio di mercato dell'interesse sia più alto che in Inghilterra, segue che laggiù anche «il saggio ordinario del profitto deve essere un po' più alto» (p. 126). Così come, di conseguenza, in Scozia i salari saranno "un po' più" bassi che in Inghilterra! Lo stesso dicasi per la Francia, anch'essa meno ricca dell'Inghilterra, nonché con un tasso di interesse più alto, e dove infatti anche «i profitti del commercio sono più alti» e i salari da lavoro più bassi. È dunque del tutto evidente come nei paesi più poveri, mentre imprenditori e banchieri guadagnano, i lavoratori perdono; il che, a parte la controversa premessa a questo capitolo, è quanto in generale abbiamo visto finora sui contrastanti rapporti di interesse tra le classi. Ora veniamo a sapere con maggiore precisione che più la società è povera, più i lavoratori sono miserabili, e più imprenditori e banchieri fanno buoni affari! Ma quand'è alla fine che anche ai lavoratori tocca di guadagnarci qualcosa, come Smith ha pur lasciato intendere che fosse? Per vederlo bisogna guardare all'Olanda, «un paese più ricco dell'Inghilterra», dove appunto «i salari del lavoro sono più elevati», e per converso si hanno i «profitti più bassi di qualunque altro popolo europeo». Rieccoci così al caso del "paradosso" di Smith, che ancora una volta rivela l'evidente contrasto di interessi tra le parti, solo che questa volta cambiato di segno in confronto a prima, perché si verifica in un paese più ricco, invece che più povero rispetto all'Inghilterra. In questo modo si spiegherebbe com'è che in Olanda «la diminuzione del profitto è l'effetto naturale della sua prosperità, cioè del fatto che nel commercio vengono impiegati fondi maggiori di prima» (p. 127). Siamo così tornati a quella che a tutta prima sembrava una situazione paradossale, quando abbiamo visto la teoria del meccanismo di una causalità inversa che si instaura tra l'aumento dei fondi impiegati nella produzione e la correlativa diminuzione dei profitti e aumento dei salari; ora sappiamo come ciò sia possibile nella concretezza storica degli Stati. Tuttavia, per quanto illuminante possa essere l'esempio riportato, non è chiaro ancora, perché Smith non l'ha spiegato, come sia possibile che i profitti, proprio come gli interessi, possano rivelarsi minimi con la prosperità sociale e massimi con la sua decadenza, al contrario di quanto accade per i salari. Infatti nonostante l'apparenza del suo rigore logico, se fosse veramente come dice lui, non si tratterebbe della circostanza più illogica possibile? Che i profitti abbiano un andamento inversamente proporzionale allo sviluppo e progresso della società, non è forse un palese controsenso economico e sociale? Per di più il nostro economista, se da un lato dimostra il palese contrasto di interesse che esiste tra imprenditori o banchieri e il resto della società; dall'altro, in piena contraddizione, fa quella a noi ormai nota confusione tra una presunta "ricchezza nazionale" di tutta la popolazione e i reali "fondi" privati dei singoli soggetti, spacciando questi come se fossero quella, in modo da cancellare ogni traccia di conflitto di interessi tra le parti sociali. A dire il vero proprio quello stesso giochetto che fanno ancora gli economisti e i politici odierni!
Ma il quadro prospettato da Smith non è ancora completo; mancano altri possibili casi da illustrare, tra i quali quello anch'esso limite in cui i salari e i profitti della nazione aumentano di pari passo, che si verifica quando scarseggiano sia i fondi da investire che le braccia da impiegare. È questo il caso più raro di tutti, guarda caso proprio quello enunciato nella controversa premessa, dato che «alti salari del lavoro e alti profitti dei fondi sono cose che difficilmente stanno insieme» (Ibid.), come candidamente Smith riconosce. Ma si tratta di un caso che pure esiste, quello delle «colonie dell'America del Nord», che, sebbene meno ricche dell'Inghilterra, costituiscono però anche una nazione più giovane e anzi praticamente ancora in fasce, la cui crescita impetuosa ha permesso appunto l'innalzamento contemporaneo sia dei profitti che dei salari. Un'anomalia dovuta al fatto che di fronte ad una smisurata abbondanza di terre e materie prime ha corrisposto una scarsità di uomini a disposizione, sia lavoratori che imprenditori. Per quanto si sia trattato di una situazione passeggera, visto che con il progresso della prosperità i profitti dei coloni hanno iniziato a diminuire con la crescita dei fondi impiegati, proprio allo stesso modo e per gli stessi motivi che abbiamo già visto a proposito dell'Olanda. Però in questo caso con l'aggiunta di un dettaglio in più, relativo al nesso tra saggio di profitto e fertilità del suolo, importante anche per il seguito che questo argomento avrà con la teoria della rendita di Ricardo. Ebbene nelle colonie americane è successo che, con la crescita progressiva, si è avuta un'estensione della coltivazione dalle «terre più fertili e in posizione più favorevole» a «quelle inferiori come qualità del suolo e come posizione» (Ibid.). Dalle quali ultime si è ricavato un profitto ovviamente minore, così come minore è diventato l'interesse da pagare per il denaro preso a prestito da impiegare in esse. Ma se è così, come pare che sia, allora i profitti diminuiscono insieme alla qualità della terra coltivata, più che per un aumento dei fondi impiegati. Quest'ultima, che è la paradossale ipotesi iniziale di Smith, sembra dunque smentita dal suo stesso esempio. Che al limite lo si può però anche lasciar perdere, perché quell'ipotesi che i profitti debbano diminuire all'aumentare dei fondi investiti convince ancora meno se ci si cala nei panni dell'imprenditore. Come si può concepire infatti che costui, la cui missione è accumulare quanti più profitti possibili, si accontenti di guadagnare sempre meno man mano che gli affari vanno sempre meglio? Per un tipo simile non è forse questa una contraddizione psicologica, prima ancora che logica? Come si può pensare che l'uomo dedito più di tutti al guadagno si accontenti di guadagnare meno di tutti? E infine, quei fondi impiegati man mano sempre più di cui Smith parla, la loro stessa crescita insomma, da dove salterebbe fuori, se non dall'accumulazione di profitti precedenti? Per fortuna che a tali quesiti, per quanto impertinenti possano sembrare, il nostro Autore provvede a rispondere, sebbene senza avvedersi che lo fa contraddicendo sé stesso. Egli infatti conferma come, anche se i profitti possano diminuire, pure «i fondi non solo possono continuare a crescere, ma a crescere più velocemente di prima» (p. 128)! Riproponendo quell'improbabile immagine dell'uomo economico che si adatta a veder diminuire i propri profitti e accontentarsi, soprattutto al tempo stesso in cui con l'aumento degli investimenti la produzione e il mercato vanno nel complesso a gonfie vele. Solo che a questo punto non si capisce più quale sia il senso di quella distinzione tra fondi e profitti, visto che sempre di denaro si tratta, sempre nelle mani dello stesso imprenditore, e che però aumenta da una parte diminuendo dall'altra! Va bene che i fondi sono impiegati nella produzione e quindi la precedono, mentre i profitti la seguono; che i fondi sono per così dire spesi e i profitti incassati. Ma si tratta pur sempre dello stesso denaro, nonché dello stesso uomo che lo detiene e lo fa girare. E allora, anche ammesso che i profitti diminuiscano al tempo stesso in cui aumentano i fondi disponibili, dov'è la differenza? Ecco come lo stesso Smith rivela che in fondo e di fatto essa non ci sia: «un grande capitale, anche se dà piccoli profitti, aumenta più velocemente di uno piccolo che dà grandi profitti. Denaro, dice il proverbio, fa denaro; quando ne avete ottenuto un po', è spesso facile ottenerne di più. La grossa difficoltà è ottenere quel poco» (Ibid.). Conclusione davvero proverbiale, per sintesi e chiarezza! Il denaro fa denaro, ecco la verità, e più se ne ha più se ne fa, perché ciò che più conta di esso è la sua quantità, e anzi la velocità di accrescimento di tale quantità sulla base di sé stessa, in barba a ogni definizione terminologica con cui lo si voglia classificare. E quando è la quantità del denaro ad essere effettivamente determinante, allora la quota del saggio di profitto che si riesce ad ottenere diventa abbastanza superflua per colui che lo maneggia.
Per concludere la gamma dei casi possibili sull'andamento dei redditi, ne rimangono due che si possono verificare, questa volta conseguenti all'arresto della crescita economica nazionale, dovuta principalmente all'insufficienza dei fondi disponibili da impiegare nelle imprese. Appena ciò accade crescono i profitti dei fondi, gli interessi del denaro e i prezzi delle merci, laddove ai salari tocca diminuire! Guadagnano imprenditori, banchieri e commercianti, mentre si mette male appunto per i lavoratori! I quali ultimi sono praticamente rovinati non appena il tasso di crescita prende a diminuire, passando alla malaugurata fase di recessione, con la quale al contrario gli altri parametri economici salgono alle stelle! Anche in tal caso Smith ci offre l'esempio storico e geografico, sebbene questa volta un po' più esotico: «Le grandi fortune conseguite così rapidamente e facilmente nel Bengala e nelle altre colonie britanniche delle Indie Occidentali, ci possono ben dimostrare che, come i salari del lavoro sono molto bassi, così in quei disgraziati paesi i profitti del capitale sono molto alti» (p. 129)! È inevitabile e sorprendente come tale osservazione richiami con prepotenza alla mente le "delocalizzazioni" industriali di oggi verso l'Est europeo e la Cina, attuate dagli imprenditori nostrani in nome della globalità dei mercati, ma in realtà, proprio come nell'esempio del nostro economista, solo per ottenere i massimi profitti attraverso i minimi salari! L'ultima eventualità possibile è quella in cui con il cessare della crescita, invece della decrescita subentra uno stato stazionario dell'economia, che farebbe supporre una sorta di equilibrio tra i fondi e le braccia impiegate. Ma anche se fosse sarebbe sempre un equilibrio precario, poiché in un caso simile scopriamo come sia i profitti che i salari sarebbero al minimo, per via della concorrenza che si accenderebbe sia tra gli imprenditori che tra i lavoratori. La cosa più singolare è però che una situazione del genere si rivela come il «massimo grado di prosperità» possibile per una nazione, quello oltre il quale è cioè impossibile progredire, e cui «forse nessun paese è ancora giunto». A un tale avveniristico stadio di «un paese che abbia realizzato la pienezza delle sue ricchezze» (p. 130), scomparirebbero addirittura anche i banchieri! Infatti, essendo i profitti talmente bassi, gli imprenditori non avrebbero nessun interesse a prendere in prestito denaro di cui poi non potrebbero pagare l'interesse. Così che chiunque disponesse di fondi sarebbe costretto ad impiegarli egli stesso direttamente, invece di prestarlo, e di conseguenza nessuno potrebbe più «vivere dell'interesse del proprio denaro» (p. 131). Però un tale stato di supremo benessere nazionale, cui «sembra si avvicini la provincia d'Olanda», richiede una particolare condizione per essere raggiunto: «Sarebbe necessario che quasi ogni uomo fosse un uomo d'affari»! Proprio un bella prospettiva di progresso sociale, che come sempre non riesce a vedere oltre il paraocchi economicistico, né pensare ad un'idea di "felicità" avulsa da una concezione commerciale e affaristica dei rapporti umani!
Arriviamo così finalmente alla concretezza delle cifre, alla determinazione smithiana del saggio "naturale" dei profitti sui fondi impiegati dall'impresa, calcolati appunto in rapporto al tasso di interesse del denaro dato in prestito dalle banche. Innanzi tutto è precisato qual'è il saggio massimo che un profitto può raggiungere, sarebbe a dire quello «tale da mangiarsi interamente (...) quanto andrebbe alla rendita della terra, lasciando solo quanto basta a pagare il lavoro (...), al saggio più basso al quale ovunque il lavoro può esser pagato, vale a dire la mèra sussistenza dell'operaio» (Ibid.)! Il quale deve pur mangiare, se deve lavorare, mentre i proprietari terrieri possono anche aspettare la loro parte, e anzi pure rimettercela! Ecco invece il "giusto" profitto: «In Gran Bretagna viene calcolato il doppio dell'interesse quello che i mercanti chiamano un profitto buono, moderato, ragionevole; termini che non significano altro che profitto comune o ordinario». Per cui di un profitto ad esempio del 10%, ricavato da fondi imprestati invece che accumulati personalmente dall'imprenditore, una metà andrà a costui e l'altra al banchiere! Con quest'ultimo che anticipa i fondi al primo, il quale a sua volta li anticipa nell'impresa!
In chiusura al capitolo un'ultima osservazione degna di nota, su chi tra lavoratori e imprenditori contribuisca di più all'aumento dei prezzi, in corrispondenza all'innalzamento dei loro rispettivi redditi. Visto che quando i prezzi aumentano vuol dire che qualcuno quella somma in più per forza la deve guadagnare. Ebbene vien fuori che con l'elevarsi dei salari, per quanto improbabile esso sia, i prezzi delle merci crescono di conseguenza in «progressione aritmetica»; mentre quando sono i profitti a salire allora i prezzi di mercato crescono in «progressione geometrica» (Ibid.). Ora, non è che l'esempio che Smith si appresta a fare calzi molto con la nozione matematica di questi termini, che dunque sono da lui usati più in senso figurato che altro, e tuttavia in modo efficace a rendere il senso di ciò che egli vuol dire. In entrambi i casi una progressione è infatti la determinazione di un'indice di crescita, però con la differenza che è il tasso di incremento a variare. Per esempio, la serie dei numeri: 5, 7, 9, 11, (...) n, costituisce una progressione aritmetica, dove si vede che la differenza tra qualsiasi numero e quello che lo precede è sempre 2. Laddove la serie: 5, 10, 20, 40, (...), n, costituisce una progressione geometrica, dove si vede che la divisione tra un numero qualsiasi e quello che lo precede è sempre 2. Com'è evidente la differenza del tasso di crescita tra i due casi consiste nel fatto che nel primo essa è lineare, mentre nel secondo è esponenziale, proprio ciò che vuol dire Smith in riferimento alla crescita di salari e profitti. Per accertare il fenomeno economico di cui egli parla, però, bisogna che di una qualsiasi produzione si considerino separatamente «tutte le diverse fasi della lavorazione» (p. 132), perché è solo dal loro confronto che si evince l'andamento dei prezzi in funzione di quello dei redditi. Per esempio la produzione di una «pezza di tela» richiede tre fasi di lavorazione corrispondenti a tre tipi di impresa differenti: cardatura, filatura e tessitura. Con l'uso di tale accorgimento vien fuori che se sono i salari a salire, allora basta fare la sommatoria di quanti sono i lavoratori impiegati nelle tre imprese, per sapere di quanto aumenta il prezzo di mercato della tela, il quale subisce così una crescita lineare. Se invece sono i profitti che aumentano, allora il prezzo della tela subisce una crescita esponenziale. Prima perché i profitti si traggono non solo dall'impiego di lavoro, ma anche da quello dei materiali e degli strumenti necessari ad eseguirlo. Ma soprattutto succede come nell'esempio fatto da Smith, che, rispetto a quello del cardatore, il profitto del filatore è doppio, e quello del tessitore triplo. Perché ad ogni successiva fase di lavorazione l'imprenditore accumula al suo proprio profitto quello della fase o delle fasi precedenti, così che alla fine il prezzo del prodotto sale alle stelle! Il risultato è che con l'aumento dei profitti il produttore finale è quello che guadagna più di tutti, mentre il consumatore finale quello che paga di più! Ma ecco le parole di Smith che, schiette e dirette come sempre, esemplificano ulteriormente e concludono la riflessione su questo fenomeno da lui osservato: «Nell'elevare il prezzo dei beni, l'aumento del salario opera allo stesso modo dell'interesse semplice nell'accumulazione dei debiti, mentre la crescita del profitto opera come l'interesse composto (l'interesse sugli interessi addebitati). I nostri mercanti e i nostri padroni manufatturieri si lamentano molto dei cattivi effetti degli alti salari nell'elevare i prezzi dei loro prodotti e quindi nel diminuirne la vendita all'interno e all'estero, ma non dicono niente dei cattivi effetti degli alti profitti. Tacciono degli effetti perniciosi dei propri guadagni e si lamentano solo dei guadagni altrui» (Ibid)!

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