I capitoli seguenti sono quelli veramente fondamentali, perché introducono a quella che per il nostro Autore è la «misura reale del valore», che per lui equivale al «prezzo reale» delle merci, ovvero il lavoro. Che si distingue dal loro valore o prezzo «nominale» espresso in moneta. A prima vista, come già nell'Introduzione, potrebbe quasi sembrare di assistere ad uno Smith “socialista”, che riconosce al lavoro umano la vera fonte della ricchezza, invece che al denaro, ma è un’impressione appena passeggera. Per quanto sottile e suggestiva sia la distinzione messa in campo, è evidente che con lui non si esce dalla nozione di "prezzo", del lavoro come di qualsiasi altra merce. Infatti salta subito fuori che il presunto “valore” del lavoro di cui parla, in realtà, non è dovuto ai lavoratori che il lavoro lo fanno, bensì agli imprenditori che lo comprano e usano! La sua "misura reale" del proclamato valore del lavoro vede nel lavoro reale realizzato in carne e ossa poco più di un accessorio, per di più preso in considerazione giusto perché indispensabile agli obbiettivi dell'impresa! Del resto Smith non lascia spazio a dubbi: con lo spiegarsi dell'economia di mercato finirà che ciascuno «sarà ricco o povero secondo la quantità di lavoro che può comandare, ovvero che può comprare. (...) Il lavoro è dunque la misura del valore di scambio di tutte le merci» (p. 82)! Non è difficile da capire, anche perché più chiari di così si muore! Il lavoro dunque, più che un valore in sé e per sé si rivela essere un valore in altro e per altro. Più che un’attività essenziale degli uomini che lo fanno, il nostro Autore lo vede una merce come un'altra, sebbene a suo modo particolare, trattandosi di uomini, e però ugualmente "oggetti" a disposizione di altri uomini, che all'apposito "mercato" li comprano e li comandano! Eccola la verità della celebrata divisione del lavoro, nient'altro che una spregevole divisione e separazione di uomini, la parte minima dei quali sono protagonisti dell’arricchimento di sé stessi e delle nazioni!
Si tenga presente poi che tale ripartizione degli uomini in quelle due categorie, almeno finora, è del tutto arbitraria, senza alcuna giustificazione né logica né storica, per cui al lettore non resta altro che prenderla per buona. Perlomeno il nostro Autore chiarisce molto opportunamente un equivoco anche linguistico che va per la maggiore ancora oggi nel linguaggio comune e non comune, a proposito della famigerata espressione di "mercato del lavoro", quello dove si vedono, vendono, comprano e imparano molte cose. Egli mostra infatti come in quel "luogo" non sia l’imprenditore colui che dà il lavoro, bensì quello che piuttosto lo «domanda». Costui in effetti, recandosi laggiù, il lavoro lo cerca, e quando lo trova lo compra, offrendo in cambio il denaro a chi lo fa per lui. Laddove è il lavoratore che si rivela essere il vero datore di lavoro, quello che il lavoro lo offre, mettendo appunto in vendita sé stesso, e che in cambio del denaro che va cercando ubbidisce e lavora. Il bello di questa compravendita di uomini è poi che si tratta di un "mercato libero", dove ciascun attore dello scambio può del tutto liberamente vendere sé stesso oppure comprare gli altri! Si tratta di una puntualizzazione molto importante, e non solo per una correttezza logica e terminologica, bensì anche perché lascia comunque intravedere meglio il profondo conflitto di interessi che comporta quel rapporto di scambio tra lavoro mercificato e denaro mercificante. Sebbene Smith, il quale ha occhi solo per gli imprenditori detentori di denaro, sembra non si accorga che ai lavoratori tocca di recarsi a quel "mercato" con in mano la sola proprietà di cui dispongono, ossia la forza delle loro braccia, e che se non riescono a piazzare la loro "merce" sono destinati a morire di fame. Così come pare che trovi trascurabile la differenza dello scopo che muove gli avventori di quel "mercato", tra chi va per comprare il lavoro in vista di un profitto e chi invece per venderlo al fine di provvedere alla propria sussitenza.
E questa sarebbe la considerazione liberale del lavoro come misura “reale” del valore di ogni cosa, in verità una concezione disumana dell'uomo, a dir poco sconcertante anche per l'umanesimo più spicciolo, ma che pure ha preso piede e domina a tutt'oggi l'intero sistema dell'economia di mercato. Una concezione che, proprio per chi lavora ed il valore veramente lo crea, si rivela una tragica realtà, del tutto legale ma altresì per niente leale!
Ma la luce che Smith fa su questa vicenda chiarisce anche qual è il rapporto che finisce per instaurarsi tra lavoro e denaro; che, con la riduzione del lavoro a merce come un'altra, si rivela essere in realtà una relazione di identità bella e buona, e sia per il lavoratore che per l’imprenditore. È evidente infatti come, con tali premesse, sia che si lavori di persona o che si faccia lavorare gli altri, lo si fa sempre in ogni caso per denaro! Con l'imprenditore che impiega il proprio denaro nell'impiegare i lavoratori il cerchio si chiude, principio e fine del ciclo produttivo coincidono, laddove il lavoro dei lavoratori non è che un mezzo affinché quello stesso denaro torni indietro aumentato nelle mani dell'imprenditore. Il denaro di costui, del quale ancora non si conosce da dove sia sbucato, costituisce in ogni caso il motore principale che muove tutti gli attori del meccanismo produttivo. Giusto con un'altra differenza ancora, che il lavoratore con la sua opera si prende in carico «la pena e il disturbo» della produzione, laddove l’imprenditore con il suo denaro quella fatica se la risparmia!
Questa la realtà nuda e cruda descritta a chiare lettere nell'opera "madre" dell'economia politica, per quanto Smith insista a precisare con enfasi come non sia il mèro denaro, bensì il vero lavoro a creare valore. Solo che, se non proprio vile denaro tout court, egli non riesce a concepire l'attività altro che come una sorta di premoneta, definendo il lavoro appunto come «il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose» (p. 83)! Ma dietro una tale pomposa e ipocrita dichiarazione egli stesso ammette che si nasconde un'altra realtà, ossia che il vero potere lo detiene chi ha in mano il denaro, con il quale si può appunto comprare il lavoro altrui, o, che è lo stesso, i suoi prodotti. Finché alla fine lo confessa apertamente, che «sebbene il lavoro sia la reale misura del valore di scambio di tutte le merci, non è per suo mezzo che il loro valore viene comunemente stimato» (Ibid.)! Se insomma il lavoro è in teoria la vera "misura" dei valori, pure i valori non si misurano in pratica con esso! Il che è del resto anche ovvio, essendo di fatto qualsiasi altra merce, insieme alla stessa moneta, molto più agevole da misurare. Così com'è evidente che oggetto degli scambi non è mai una determinata «quantità di lavoro» di per sé, bensì lo sono piuttosto i suoi prodotti e il denaro. «La maggioranza della gente, poi, comprende meglio ciò che si intende» in questo modo, perché una qualsiasi merce «è un oggetto semplice, palpabile», proprio come lo è la moneta, mentre il lavoro in sé stesso è «una nozione astratta, la quale (...) non è affatto altrettanto naturale» (p. 84). Il lavoro insomma, che pure costituisce il valore «reale», concreto di ogni cosa, si rivela essere in realtà un’astrazione per l'economista; laddove la moneta, che pure rappresenta invece solo il valore «nominale», formale, finisce invece per diventare di fatto la protagonista degli scambi! Con questo stravolgimento completo delle premesse ideologiche sul lavoro che si giustifica, magnanimamente, con il consentire una più facile comprensione delle cose da parte della “gente” comune! Naturalmente insieme all'enorme agevolazione degli scambi commerciali che la semplificazione monetaria ha permesso rispetto al baratto.
Naturalmente per il nostro economista è un bene che sia andata così, e per fortuna che il denaro abbia come misura preso il sopravvento sul lavoro, nonostante sia il valore del lavoro ad essere stabile, mentre quello degli stessi metalli monetali è variabile quanto ogni altra merce! Perché in ogni caso niente meglio del denaro, nella sua semplicità, facilita le operazioni di scambio tanto care all'economia di mercato. Su questo punto Smith scopre in un certo senso ulteriormente le sue carte, rivelando esplicitamente la differenza che passa nella sua concezione, a seconda che la si guardi dal punto di vista del lavoratore o dell’imprenditore. Egli infatti, dopo aver sottolineato ancora la stabilità del valore lavoro, nota una circostanza all'apparenza contraddittoria, che: «sebbene uguali quantità del lavoro siano sempre di uguale valore per il lavoratore, per colui che lo impiega esse appaiono a volte di maggiore e a volte di minor valore» (p. 85)! Ecco, per chi il lavoro lo compra esso è per forza una merce come un’altra, sebbene in carne e ossa, per cui come tale il suo valore è soggetto alle normali variazioni dei prezzi sul mercato. È dunque del tutto naturale per l’imprenditore considerare il lavoro del lavoratore un costo di produzione come un altro, qualcosa che «in un caso gli appare a buon mercato e in un altro caro» (Ibid.), ossia con un prezzo nominale in moneta alle volte inferiore e alle altre superiore al suo valore reale! Siamo dunque di fronte ad un'ulteriore sconcertante equiparazione di valore tra il lavoro umano ed una qualsiasi altra merce; una deprecabile concezione dell’uomo oggetto lavoratore, a disposizione dell'uomo soggetto imprenditore, il quale riesce a vedere nell'altro soltanto un semplice mezzo di produzione, da comprare e adoperare, proprio come se fosse un macchinario qualsiasi. Eccolo il liberalismo propugnato da Smith, la “mano santa” da lui descritta così bene ed il cui spiegamento egli auspicava a tutti i costi, ma che osservato dalla parte dei lavoratori suona evidentemente in modo diverso! Un liberalismo che infatti è liberale solo con gli uomini d'affari, mentre riduce tutti gli altri alla condizione di semplici, indifferenti oggetti d’uso e consumo, la più ripugnante che ci possa essere al giorno d'oggi, degna erede della tradizione schiavistica antica e della servitù medievale. Un liberalismo per di più condito, anzi mascherato, con l’ipocrita valorizzazione del lavoro in quanto tale, come continua a ripetere Smith fino alla fine: «Risulta quindi evidente che il lavoro è la sola misura universale del valore, oltre che la sola precisa, ovvero che è la sola unità di misura per mezzo della quale possiamo paragonare i valori di diverse merci in tutti i tempi e in tutti i luoghi» (p. 87). Quand’anche al tempo stesso il suo posto venga preso e soppiantato in tutto e per tutto dal denaro e dai suoi giri!
Ma con tutto ciò siamo ancora poco più che agli inizi dell'impostazione smithiana dell'economia politica e della società. Il bello deve ancora venire, o, se si vuole, al peggio non c'è mai fine, come si vedrà ora con l'argomento relativo al «prezzo delle merci», e in particolare sulle «parti componenti» nelle quali esso si suddivide. Sarebbe a dire che quando si acquista qualcosa al mercato, il prezzo che si paga è una somma di denaro, la quale va in realtà a coprire la remunerazione dei diversi soggetti che, a vario titolo, hanno contribuito alla produzione e messa in vendita di quell'oggetto finito, che il consumatore finale appunto acquista e usa. Ebbene, se finora al "mercato del lavoro" abbiamo incontrato le figure di lavoratori e imprenditori, ora il quadro si allarga, per completarsi con la comparsa di un nuovo tipo d'uomo, nonché con l'approfondimento dei vari personaggi sulla scena. Diverse cose di quanto vedremo le abbiamo già anticipate nelle pagine precedenti, solo che ora le ripeteremo con le parole stesse di Smith. A questo proposito egli parte dalle per quanto fantasiose origini, e precisamente dallo «stato primitivo e rozzo della società», quello nel quale ancora «l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore» (p. 95). Si tratta ancora di un'evidente reminiscenza lockiana, autore peraltro mai citato da Smith, ossia della vaga concezione di una sorta di "comunismo" primitivo in cui non esisteva altra proprietà che non fosse quella appunto del proprio lavoro di ciascuno. Ma si tratta giusto di una premessa formale che serve solo per arrivare al sodo della questione, a quando gli uomini si fanno più intraprendenti, appropriandosi della terra e accumulando patrimoni personali. Insomma, un'introduzione del tutto semplicistica, priva di qualsiasi fondatezza storica e scientifica, alla situazione concreta della moderna economia di mercato.
Sta di fatto che, una volta introdotto e consolidato il regime della proprietà privata, secondo il nostro Autore sarebbe successo che a un certo punto alcuni uomini si sono ritrovati a disposizione un bel po' di «fondi». Non si capisce come, perché questo egli non lo dice, e tuttavia ipotizza che a quel punto costoro non se ne staranno stati con le mani in mano, e quei "fondi" accumulati avranno cercato piuttosto di farli fruttare. Così a tal fine «li impiegheranno naturalmente nel mettere al lavoro gente operosa, a cui forniranno materiali e mezzi di sussistenza allo scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiunge al valore dei materiali» (p. 96)! Ecco, detto fatto! Così, senza mezze parole, Smith descrive il passo, o forse piuttosto l'inciampo che, da una mitica, originale proprietà del proprio lavoro, ha condotto alla concreta, attuale proprietà del lavoro altrui! Grazie all'intraprendenza di alcuni uomini che avrebbero originariamente accumulato chissà come cospicui "fondi", avrebbe preso piede quella "naturale" usanza di far lavorare gli altri per sé, affinché quei "fondi" non se ne stessero inermi, bensì girassero, affinché crescessero nelle loro mani! Con tale innovazione succede che la presunta felice condizione primordiale dei lavoratori proprietari del loro lavoro è infranta. Ne segue che ora, con la nuova situazione che si è venuta a creare attraverso l'appropriazione terriera e l'accumulazione monetaria, «non sempre tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore» (p.97)! Ora, con la figura emergente dell'imprenditore che, "anticipandoli", «rischia i suoi fondi nell'impresa», il valore prodotto dal lavoro degli «operai» non è più loro, bensì deve subire una spartizione. Ecco la prima, accurata e famigerata distinzione tra le parti economiche e sociali, o, per dirla con Smith tra le prime due "parti componenti il prezzo delle merci": i «profitti dell'imprenditore» e i «salari» dei lavoratori! Da notare ancora una volta il particolare per così dire filologico, il fatto cioè che certi termini così eloquenti sia stato proprio il nostro economista a coniarli, e che insomma è da lui che la posteriore letteratura critica li ha tratti. Scopriamo così che con il gruzzolo in mano l'imprenditore non si getta nell'impresa per sport, né esegue il suo particolare «lavoro di ispezione e di direzione» per hobby. La sua azione è tutt'altro che disinteressata, e mira appunto al "profitto" che ne ricava, ossia all'aumento finale dei "fondi" iniziali che possedeva prima di "impiegarli" nell'impresa. Ecco, l'imprenditore mette per prendere, e anzi mette per prendere il più possibile più di quanto non abbia messo! I profitti poi hanno una natura loro tutta particolare, o per così dire una corsia preferenziale su cui viaggiano, nel senso che «sono regolati da principi assolutamente autonomi» (p. 96) rispetto a quelli che regolano i salari. Mentre infatti questi ultimi dipendono esclusivamente dalla quantità di lavoro prestato, i primi dipendono invece esclusivamente dalla quantità di fondi impiegati!
Ma manca ancora una voce all'appello, che reclama anch'essa una parte del prezzo che si ricava dalla vendita delle merci prodotte, quella del proprietario terriero. Figura ancora centrale all'epoca di Smith, quando le industrie non esistevano proprio, e corrispondente generalmente al "nobiluomo" di campagna. Sulle cui origini veramente manca qualsiasi ricognizione, sia mitica che storica, se non l'osservazione che costui ad un certo momento si sarebbe appropriato delle terre che prima si suppone fossero in comune, proprio come avrebbe l'imprenditore con l'accumulazione originaria dei suoi denari. Sta di fatto che costui si presenta come il terzo incomodo sociale, a reclamare la sua quota sul prodotto del lavoro degli operai per conto degli imprenditori. Sia che si tratti di lavoro agricolo o manufatturiero, dalla terra non si scappa, ed è proprio su quella e sui suoi prodotti che il proprietario esige la sua «rendita». Come dice così bene Smith, «i proprietari terrieri, come tutti gli altri uomini, amano raccogliere dove non hanno seminato» (p. 97)! Così costoro, per il solo fatto di essersi appropriati chissà come delle terre e delle sue risorse, vanno a costituire la "terza" classe della società liberale vivisezionata da Smith, quella che con la riscossione della rendita si prende appunto la «terza parte componente il prezzo della maggior parte delle merci».
Ora il quadro è concluso, i soggetti in campo, con la spartizione delle loro rispettive quote di partecipazione agli "utili", sono definitivamente definiti. Smith questo non lo dice, però qui assistiamo alla svolta storica che hanno segnato le Rivoluzioni dell'epoca, quelle politiche, americana e francese, e quella industriale inglese. E insomma è in mezzo a tali rivolgimenti che tra i mercanti tradizionali hanno cominciato a distinguersi questi uomini imprenditori di denaro, con le loro manifatture, e dietro di loro l'altrettanto nuova figura degli uomini operai di lavoro. Costoro sono comparsi accanto ai tradizionali, millenari "colleghi" contadini, e a fianco altresì della tradizionale nobiltà terriera, ancora in sella nonostante tutto, e all'occasione pronta a mettersi in affari. Il nostro economista si limita invece ad osservare come il lavoratore, che nell'epoca «rozza» della società di una volta, chissà quando, disponeva di tutto il prodotto del proprio lavoro, ora deve accontentarsi di un non proprio cospicuo "salario", per lasciare il resto al "profitto" dell'imprenditore e alla "rendita" del proprietario fondiario. Il lavoratore insomma, che già era comparso ed esisteva per primo sulla scena economica, con l'avvento di quelle due nuove categorie sociali che si sono fatte strada, è finito per diventare l'ultimo! Questo è il prezzo che gli è toccato di pagare al "progresso" sociale nazionale auspicato e promosso dal liberalismo economico! Per non dire dell'ulteriore corollario cui Smith fa semplicemente cenno alla fine di questo suo ragionamento, relativo ad una quarta figura che fa timidamente capolino, ma che in realtà già da tempo agisce dietro le quinte e che finirà per dominare la scena: quella di colui che i "fondi", pur accumulandoli, invece di impiegarli direttamente nella produzione preferisce darli in prestito, ed il cui reddito è definito «interesse o uso del denaro» (p. 99)! È la comparsa per così dire ufficiale della rendita finanziaria dei banchieri, che, semplice appendice nell'impianto di Smith, soppianterà ben presto quella terriera dei nobili ancora in auge ai suoi tempi.
In chiusura a questo denso capitolo di analisi economica e sociale il nostro Autore tira le somme semplificando le cose, e che lo faccia in modo piuttosto generico non è per questo meno significativo. Egli, con la solita candida ammissione, conclude ribadendo un'anomalia già espressa nell'Introduzione, per la quale in definitiva le società moderne si possono ridurre, invece che a tre o quattro, a «due diversi ordini» che si spartiscono il prodotto totale del lavoro nazionale: gli «operosi» e gli «oziosi». I quali ultimi non sono specificati chi siano, se non che si tratta di una ristretta minoranza, che non partecipa alla produzione ma che pure consuma più di tutti!
A questo punto, stabilite le varie ripartizioni che il valore dei prodotti ottenuti dal lavoro deve "naturalmente" subire, con l'affollamento dei tre pretendenti che reclamano la loro parte, si tratta di stabilire i criteri della misura di tale divisione, vale a dire la quota percentuale o «saggio» che di quei prodotti spetta a ciascuna delle tre parti in campo. A dire il vero non si tratta di definire quanto ciascuna categoria debba ricevere, poiché Smith osserva piuttosto che già ovunque «esiste un saggio ordinario o medio (...) regolato naturalmente», sia per i salari, che per i profitti e le rendite, chiamati i rispettivi «saggi naturali». Egli non spiega ancora come essi vengano "naturalmente" determinati, sebbene assicura che lo farà in seguito. Per adesso si limita a confermare quella divisione tra le tre "parti sociali" di cui ha parlato finora, limitandosi ad aggiungere, quasi insensibilmente, che si tratta di un fatto del tutto ovvio, come se l'esistenza di quelle tre categorie separate di uomini fosse un provvidenziale dettato della Natura! Su questa base passa alla definizione del giusto «prezzo naturale» delle merci, corrispondente appunto alla somma esatta dei tre "saggi naturali", spettanti percentualmente ai rispettivi pretendenti. Come dice così bene il nostro Autore, il prezzo di una merce è "naturale" quando «non è né più né meno di ciò che è sufficiente a pagare la rendita della terra, i salari del lavoro e i profitti dei fondi impiegati» (p. 100). Solo se soddisfa queste condizioni che ancora non sappiamo quali siano, allora la merce è prodotta, venduta e pagata «precisamente per ciò che vale». Come si vede egli non fa cenno alla figura autonoma del commerciante che compravende esclusivamente merci per così dire inanimate, evidentemente ancora associata a quella dell'imprenditore agrario o manufatturiero dei suoi tempi, che si occupava sia della produzione che dello smercio dei prodotti. Né tantomeno egli sembra far caso al fatto che il lavoratore, sballottato tra il mercato del lavoro e quello delle merci nella nuova situazione che si è venuta a creare, è però pur sempre lui il principale produttore iniziale e consumatore finale dei beni, nonostante la moneta si sia messa in mezzo e con essa le altre due classi sociali che reclamano la loro parte di reddito. Piuttosto per lui questa categoria di uomini, pur essendo di gran lunga la più numerosa e la più operosa nel vero senso della parola, è tutt'altro che princìpio e fine del ciclo produttivo, ma solo un suo mèro accessorio, un mezzo come un altro a servizio dell'impresa. Chi vale e chi conta veramente nel mondo così organizzato del lavoro è infatti l'imprenditore, e anzi il suo denaro, o meglio ancora l'uso capitale che egli ne fa quando lo impiega a far lavorare gli altri! E il nostro economista ci tiene infatti più che altro a precisare la legittimità del "profitto" di costui, dato che un certo volgare «linguaggio comune» lo considera invece più come un costo aggiuntivo artificiale che altro. Ebbene egli ripete in pratica come il "profitto" sia per l'imprenditore «il suo reddito, il giusto fondo per il suo sostentamento» (p. 101). Costui ha nientemeno che "rischiato" del suo, usando le risorse che aveva accumulato, chissà come, per "anticipare" i costi dell'impresa, vale a dire i mezzi e i materiali di produzione, nonché i salari dei lavoratori. Veramente i salari sono invece di regola posticipati ai lavoratori, e anzi questa "merce" è la sola che venga pagata solo dopo che se ne è fatto uso! Ma a parte questi dettagli, è per tutta questa sua intraprendenza che secondo Smith l'imprenditore ha come minimo il sacrosanto diritto ad approfittare per sé del lavoro degli altri!
Chiarito il punto che gli sembrava più sensibile, al Nostro tocca però riconoscere che non tutto fila liscio come dovrebbe, e che anzi capita spesso che possano sorgere complicazioni turbative il corretto andamento della produzione e degli affari. Infatti, mentre il "prezzo naturale", - ideale, perfetto, giusto - è quello che dovrebbe essere; succede di solito che invece un prezzo artificiale, - reale, imperfetto, ingiusto - è quello che è. Sarebbe a dire che il teorico prezzo naturale è nella maggior parte dei casi soppiantato da un «prezzo effettivo» di vendita, il «prezzo di mercato», generalmente superiore al primo, ma che può essere anche inferiore. Il fatto più curioso però è che la causa di questa innaturale variazione dei prezzi si deve alla legge più naturale dell'economia di mercato, quella della domanda e dell'offerta! Infatti è la «quantità» delle merci disponibile sul mercato quella che determina il loro prezzo, variabile in funzione della richiesta che ne viene fatta. Qualora la domanda di un bene dovesse superare l'offerta, allora il suo prezzo di mercato sale spontaneamente sopra quello naturale, per via della «concorrenza» che si crea tra i compratori; laddove in caso contrario il prezzo di mercato scende al di sotto di quello naturale, per via della concorrenza tra i venditori. In ogni caso, siano gli oggetti di scambio merci o lavoratori, è solo in un caso, con il perfetto equilibrio tra offerta e richiesta, che si potrà ottenere il giusto prezzo della merce, quello il cui incasso soddisferebbe nella stessa misura tutti gli attori del mercato che se ne spartiscono il ricavo, secondo le proporzioni "naturalmente" prestabilite tra di essi! Solo in tal caso, «quando la quantità portata al mercato è esattamente sufficiente a far fronte alla domanda effettuale e nulla più, il prezzo di mercato viene naturalmente a coincidere col prezzo naturale, più o meno esattamente» (p. 102). E un simile equilibrio, per quanto piuttosto precario, pure è interesse di tutte le parti sociali che venga perseguito, poiché solo in tal caso nessuno guadagna ma nemmeno perde più di quanto gli spetta, e sia il salario che il profitto che la rendita sono quelli giusti. Per fortuna che il mercato si autoregola per conto suo, ovviamente attraverso l'azione dei suoi attori, facendo in modo che, attraverso la leva della produzione, la merce offerta «si adegua naturalmente alla domanda effettuale». All'aumento o diminuzione del prezzo di una merce segue infatti rispettivamente l'aumento o la diminuzione della sua produzione, fino al riequilibrio del listino, così che l'auspicato prezzo naturale si rivela «in un certo senso il prezzo centrale, attorno al quale i prezzi (di mercato) di tutte le merci gravitano in continuazione» (Ibid.). E per quanto possano anche verificarsi «accidenti» speculativi che ostacolino tale corretto andamento bilanciato del mercato, pure essi non sono in grado di evitare che i prezzi tendano comunque infallibilmente verso quel «centro di riposo e di permanenza» che è il prezzo naturale. Ora, Smith come al solito non ci fa caso, ma vien da chiedersi cosa succede, seguendo il suo ragionamento, quando è al mercato del lavoro che la domanda è inferiore all'offerta, cioè quando sono in vendita più lavoratori di quelli richiesti. Forse che in tal caso, per riequilibrare il loro prezzo in calo, si dovrebbe diminuirne la produzione? Non è detto! È evidente tuttavia come questa sia una "merce" particolare, che male si adatta alle regole e leggi cui sottostanno le altre. In questo caso anzi l'imprenditore ha tutto l'interesse affinché tale "merce" sia abbondante e quindi costi meno, perché egli non è che la produce, né la deve vendere, ma la compra e basta! Per lui insomma il lavoratore di per sé ha solo un valore d'uso, e non di scambio, proprio come un qualsiasi altro macchinario, che meno costa e meglio è; ciò cui egli mira nell'impiegarlo sono invece i prodotti del suo lavoro, quelli sì degni della sua attenzione affinché il loro prezzo non scenda oltre una certa soglia "naturale"!
Ma il nostro economista non è nemmeno sfiorato da pensieri simili, per cui si capisce come egli sia sempre così ottimista. Del resto, quel vizio di trascurare del tutto l'interesse dei lavoratori nemmeno i liberali odierni se lo sono ancora tolto! E un ulteriore conferma di questo atteggiamento segue a ruota, con il nostro Autore che approfondisce l'analisi comportamentale degli attori economici sulla base dell'andamento dei prezzi di mercato, questa volta per di più con una sconcertante confusione e ambiguità dei ruoli. Ebbene, egli nota come, nel caso di una sovraproduzione di una merce, con conseguente diminuzione del suo prezzo di vendita al di sotto di quello naturale, allora per forza una delle tre parti in causa otterrà meno di quanto "naturalmente" le spetta. In tal caso succede che se è la rendita a diminuire allora il redditiero fondiario si ritirerà naturalmente dall'affare, così come farà l'imprenditore se è il suo profitto a calare, oppure il lavoratore allorché è il suo salario a diminuire. Insomma, ogni attore economico si ritira dalla scena produttiva, almeno finché la produzione non si riequilibria alla domanda effettiva, così che il prezzo della merce torni al suo valore naturale soddisfando così il reddito di ciascuno. Nel caso di una sottoproduzione accade invece il contrario: il prezzo della merce sale, e con esso il reddito di una o più delle tre parti. Se ad esempio è la rendita a salire, allora nuovi proprietari fondiari si daranno a quella produzione, e così si comporteranno la altre due categorie. Finché la produzione non raggiunge di nuovo il livello di equilibrio della domanda e dei prezzi. Ora, il discorso non farebbe una piega, se non fosse che Smith nei suoi esempi usa per due volte la stessa espressione: «il salario o il profitto» (Ibid.), distinguendoli dalla rendita quasi che fossero la stessa cosa! Proprio come se quelli che forniscono il lavoro oppure il denaro stessero esattamente sullo stesso piano e nelle stesse condizioni, nonché avessero uguali reazioni comportamentali alle fluttuazioni dei prezzi, con l'entrare e l'uscire indifferentemente dalla produzione a seconda della convenienza! Come se nel caso del lavoratore, a differenza dell'imprenditore, uscire "naturalmente" dalla produzione al diminuire del suo salario non voglia dire per lui morire "naturalmente" di fame! Come se costui, che ricava il suo reddito da una percentuale sul prezzo delle merci che produce, non fosse egli stesso una merce!
È veramente il colmo, che per di più non finisce qui, perché che non sia così è Smith stesso a confermarcelo nel seguito della sua esposizione, dove tralascia la fantomatica indifferenza tra salario e profitto, per parlare piuttosto «di merci o di lavoro». Donde esporre finalmente con chiarezza la radicalmente ostile distanza-vicinanza che in realtà esiste tra lavoratori e imprenditori, la loro mutua dipendenza pur nell'opposizione degli interessi, sancita dai loro rispettivi ruoli e redditi separati. Certo, egli non dice certe cose altrettanto esplicitamente, e tuttavia non lascia dubbi al riguardo. Soffermandosi sulle varie cause che possono più o meno influire l'andamento dei prezzi, e dunque dei redditi, egli nota come siano piuttosto i salari e i profitti a subire tali fluttuazioni, rispetto ad una certa relativa stabilità che hanno le rendite. Concludendo che quei due redditi sono influenzati dalla variazione dei prezzi «a seconda che il mercato sia largamente o scarsamente fornito di merci o di lavoro»! Ecco dunque come la fittizia congiunzione di indifferenza tra imprenditori e lavoratori, è sostituita da quella reale tra merci e lavoro, mostrando con fin troppa evidenza come l'una cosa valga l'altra, e come sia questo il binomio soggetto alla posizione più precaria nel contesto dell'equilibrio generale di mercato! Anzi, con un'ulteriore specificazione scopriamo che i lavoratori sono più precari ancora delle merci! Queste si rivelano infatti «lavoro già fatto», laddove gli operai in carne e ossa sono «lavoro ancora da fare»! E solitamente «il mercato è fornito scarsamente di merci, non di lavoratori» (p.104), per cui saranno fatalmente questi ultimi, proprio per la loro abbondanza, le "merci" più a buon mercato, le ultime ad avere valore per l'impresa! Che dire? No comment, perché per certe cose non ci sono parole, ma solo parolacce!
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