Nei rimanenti capitoli del primo Libro si passano finalmente in rassegna i criteri che stabiliscono il fatidico giusto "saggio", l'aliquota "naturale" spettante alle tre parti componenti il prezzo delle merci, ovvero la corretta percentuale che del reddito complessivo della nazione deve andare alle tre rispettive categorie sociali. Smith lo fa partendo proprio dai lavoratori, la parte della società che abbiamo appena visto valere di meno, essendo la più numerosa e anzi anche in eccesso rispetto alla "domanda" che di essi viene fatta, e alla quale dunque spetta di meno! Ebbene, il "salario" sarebbe «la ricompensa naturale» (p. 107) ottenuta dall'operaio in cambio del lavoro che ha fatto! Egli ha lavorato, ma per conto dell'imprenditore, il quale lo ricambia con una somma di denaro, trattenendosi il prodotto del lavoro. Come sempre il Nostro abusa a piene mani e del tutto fuori luogo del termine "naturale", come se la tripartizione delle classi sociali e dei redditi nazionali di cui parla fosse tale, e non invece piuttosto del tutto artificiale o sociale. Del resto è lui stesso a contraddirsi, non appena aggiunge che il salario non esisteva prima che comparissero il profitto e la rendita, ripetendo l'esempio di quando allo stato "rozzo" e primitivo dell'umanità, quello appunto veramente naturale, ancora «tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, che non ha né proprietario fondiario né padrone con cui spartirlo» (Ibid.)! Quindi i casi sono due: o è l'uomo salariato attuale ad essere "naturale", oppure lo è la condizione primordiale dell'uomo, quando non c'erano ancora né imprenditori, né "mercato del lavoro", e dunque tantomeno "salario". Dire, come fa Smith, che lo sono entrambi, è troppo! Tuttavia non per questo le sue osservazioni sono meno illuminanti per il lettore. Egli immagina, sospirando per un attimo, come avrebbe potuto essere il mondo umano se il suo stadio originario, per quanto solo fantasiosamente supposto, si fosse protratto nel tempo, se i proprietari delle terre e i "padroni" manifatturieri non si fossero fatti avanti; anzi, se quelli proprio non si fossero appropriati delle terre né avessero accumulato quei "fondi" di cui a un certo momento si sono trovati a disporre. Ebbene, uno si aspetterebbe dal nostro economista che dicesse sarebbe stato un mondo di lavoratori liberi. Invece egli riesce solo a immaginare che «i salari del lavoro sarebbero aumentati», quando anche lui stesso aveva osservato che i lavoratori padroni di sé stessi non avrebbero saputo che farsene di un salario! Se poi si considera quanto aggiunge, che in quel mondo ideale «le cose sarebbero (...) diventate meno care», si capisce la mancanza proprio di immaginazione del nostro economista, che non riesce a vedere nemmeno con la fantasia un mondo alternativo al suo, e che al contrario conferma la sua credenza su come fin dall'Età della pietra la produzione e distribuzione del lavoro sia stata una mercificazione e compravendita generalizzata di uomini e cose!
Sta di fatto che questi sono solo vagheggiamenti introduttivi, visto che, per quanto in un ipotetico passato il prodotto del lavoro fosse indivisibile dal lavoratore-produttore, pure nella realtà dei tempi di Smith lo si doveva dividere per tre. Visto che nel frattempo, chissà quando e come, sono comparsi i redditieri terrieri e gli imprenditori agrari o manifatturieri che si sono fatti avanti. Ma ecco che egli ci fa l'esempio concreto, ripetendo la descrizione del nuovo mondo instaurato dall'avvento di queste inedite figure sociali. Ora sulla scena vediamo il «proprietario» della terra che reclama la sua "rendita"; «un padrone, l'agricoltore», cioè l'imprenditore agrario che mette i "fondi" e reclama il suo "profitto"; e «la maggioranza degli operai», che lavorano per l'imprenditore in cambio di un salario (p. 108). Ecco, il quadro è questo, il solito e ormai lo sappiamo. Il guaio è che non si tratta di una caricatura, bensì della realtà vera, e anzi della verità tragica del mondo umano liberale. Se poi si sostituisce al nobiluomo di campagna il banchiere di città, e all'imprenditore agrario quello industriale, è facile vedere come il mondo disumano descritto da Smith sia la fotocopia del giorno d'oggi, e anzi siamo noi la fotocopia del suo quadro! Ma, tornando a lui, eccolo insomma mostrarci l'imprenditore che "impiega" il suo fondo capitale ad impiegare mezzi di produzione, materie prime e operai. Per costoro egli è un po' come un padre, perché li fa lavorare, e così li mantiene in vita con il salario che dà loro in cambio! Certo, il "padrone" non lo fa per beneficenza, ma per sé stesso. Per lui il lavoratore non è altro che un mezzo, comprato e usato allo scopo di ottenere un profitto. Il nobile da parte sua se ne sta a guardare e si prende l'affitto per la "sua" terra lavorata dagli altri! A tale impeccabile organizzazione sociale consegue che ciascuna classe e ciascun membro partecipante, del raccolto finale ottenuto, si prende la propria, legittima «quota sul prodotto del lavoro, ossia sul valore che il lavoro aggiunge ai materiali su cui si esercita» (Ibid.).
Con una controversa e ambigua esposizione vediamo che il nostro economista ci fa sia una disgustosa costatazione della divisione sociale tra gli uomini, che una deliziosa descrizione della loro attività specificamente lavorativa. Il vero valore economico, la vera ricchezza, egli ci insegna, è il lavoro, o sia il valore che il lavoro crea. Che non è però valore creato dal nulla, bensì una sorta di valorizzazione di un valore già esistente, appunto quei materiali forniti dalla Natura sui quali esso si esercita, come Smith mirabilmente dice, sebbene con un pensiero mutuato ancora una volta da Locke (Secondo Trattato sul governo, V, 40). Insomma, quello del lavoro è un valore che, per potersi realizzare e creare ricchezza, ha il preventivo bisogno di almeno tre fattori produttivi: la materia prima su cui applicare l'attività, gli strumento necessari da usare nella produzione, oltre che ovviamente il fattore umano lavoratore. Creare valore vuol dire così la necessità di avere a disposizione, già prima di cominciare, un bel po' di roba di valore: un oggetto materiale da lavorare, uno da lavoro, e un soggetto umano che lavora. Questa è una grande verità espressa dal Liberalismo, che già solo per questo si merita degnamente il titolo di filosofia del lavoro; nel senso, diciamo così, materialistico, cioè storico e scientifico del termine.
Eppure, nonostante l'esatta concezione appena dimostrata, tornando a seguire l'esempio di Smith finisce che si mette male proprio per i lavoratori, dimostrando come quella verità sia stata per costui quasi più un incidente di percorso che altro! Con lui scopriamo infatti che oggetti del lavoro sono la terra, i semi, l'aratro e gli animali per tirarlo; laddove soggetti sono i braccianti operai. Ebbene in teoria già ci sarebbero tutti gli ingredienti necessari per creare valore. Nella pratica invece mancano gli altri due soggetti umani con i propri rispettivi oggetti personali privati, il proprietario terriero e l'imprenditore di denaro. Veramente il manovratore è quest'ultimo, che con il denaro accumulato in mano compra e paga tutto e tutti: la rendita del "gentiluomo" proprietario della terra, gli strumenti e le materie prime di produzione, nonché i salari dei lavoratori contadini! Eccoli qua, dunque, i rapporti umani descritti e auspicati da Smith, che egli per di più avalla spacciandoli per relazioni "naturali", come fossero piovute dal cielo, invece che del tutto sociali, imposte e subìte dagli uomini. Infatti un mondo del denaro dominato dagli uomini del denaro, attraverso l'uso capitale ( appunto non naturale) che essi ne fanno, è senza dubbio tutto meno che naturale! Ciò che muove un mondo simile è infatti appunto proprio il denaro artificiale di costoro, che con quello in mano usano il resto del mondo umano e il mondo naturale solo per "impiegare" a scopo di lucro quell'accumulo monetario di cui dispongono! L'imprenditore è proprio come l'economista: non vede né guarda che al profitto, fregandosene delle devastazioni ambientali e sociali che pure evidentemente il perseguimento del profitto fine a sé stesso comporta. I lavoratori per esempio con un tale sistema si ritrovano a dipendere da costoro per vivere, e «la maggioranza degli operai ha bisogno di un padrone» (Ibid.) che li faccia lavorare in cambio di quella sommetta salariale di denaro, senza la quale morirebbero letteralmente di fame! Perché nella società di mercato tutto è in vendita per denaro, gli uomini, ma anche il cibo di cui si nutrono e ogni cosa di cui hanno bisogno. Quando le materie prime e i mezzi di produzione non sono più in mano al lavoratore (ammesso che una volta lo siano mai stati), allora per forza ci vuole qualcun'altra categoria di uomo che li «anticipi», che lo faccia con il denaro preventivamente accumulato di cui dispone, e non altro che per guadagnarci sopra dell'altro denaro ancora! Allora, come fa a non nauseare questo intraprendente personaggio, che a quanto pare ha già chissà come evidentemente accumulato un mucchio di soldi, e che pure continua a non pensare ad altro che aumentare ulteriormente quel suo "fondo" attraverso il movimento del fondo stesso, per mezzo del suo "impiego" o uso capitale che dir si voglia, fatalmente a spese della Natura e dei lavoratori? Non può!
Ma ecco che Smith intravede una possibile eccezione alla ferrea regola del mercato del lavoro: il lavoratore autonomo, corrispondente a quello idilliaco originario del lavoratore senza "padrone", o padrone di sé che è lo stesso. Come al solito Smith immagina costui in modo piuttosto contorto, come «padrone e operaio insieme», senza riuscire a concepire l'idea di lavoratore libero. E però non lo definisce così a caso, bensì perché ha finalmente trovato l'occasione per spiegare quella "accumulazione" originaria di cui parla spesso, con l'esempio dell'operaio che per liberarsi del "padrone" deve prima disporre di quei "fondi" necessari a coprire, anticipandoli prima dell'inizio e la fine del lavoro, i costi della produzione e del suo stesso mantenimento. Quei "fondi" anch'egli li deve prima "accumulare", se vuol riuscire a sanare quella lacerante divisione che al tempo stesso lo separa e lo fa dipendere dal "padrone" estraneo. A quel punto, quando sarà riuscito ad accantonare il necessario, potrà dire finalmente di essere un uomo libero tornato alle origini, che si «gode dell'intero prodotto del suo lavoro», e che si intasca entrambi «quelli che sono per solito due redditi differenti spettanti a due persone distinte, i profitti dei fondi e i salari del lavoro» (Ibid)! Di nuovo Smith non riesce ad abbandonare la sua de-formazione mentale, il suo schema economicistico, nemmeno quando immagina il passato o il futuro! Ma in ogni caso questa nozione del lavoratore libero o autonomo, così interessante per noi, non è che una breve parentesi accessoria per lui, il quale riconosce del resto che si tratta di casi «abbastanza rari», e anzi ci fornisce anche il dato statistico dei suoi tempi: «in tutta Europa su (ogni) venti operai che servono sotto padrone ce n'è uno indipendente»! Casi limite dunque, laddove la regola è che «il lavoratore è una persona e il possessore dei fondi che lo impiegano un'altra»! O c'è il "padrone-operaio", oppure il padrone e l'operaio! Eccoci di nuovo assistere alla candida e spudorata ingenuità, quasi di un bambino che, senza saperlo, rivela una verità scomoda!
Ma non solo egli riconosce che la tanto celebrata "divisione del lavoro" ha portato inevitabilmente anche a una divisione negli uomini e tra di essi, ma altresì che con lavoratori e imprenditori si tratta di «due parti i cui interessi non sono affatto gli stessi», e anzi sono opposti! Qui il nostro Autore sembra quasi esternare una forma di blando "socialismo", o quantomeno l'attestazione esplicita di una lotta di classe, conflitto che pure ai suoi tempi era appena rilevante, e che lo fa per di più con una sorta di velata simpatia, o almeno di solidarietà, per la causa persa dei lavoratori. Per lui è infatti facile prevedere chi è destinato a soccombere alla «contesa» in atto, chi insomma, tra "padroni" e operai, cederà alle «condizioni» della controparte. Mettendoli a confronto si vede infatti che gli imprenditori sono tuttosommato poco numerosi, e così «possono coalizzarsi più facilmente» dei lavoratori, che sono invece una moltidudine disorganizzata! Smith scopre che non è l'unione dei molti, bensì l'élite dei pochi che fa la forza! Ma questo è un dettaglio, poiché egli scopre soprattutto che è «la legge» dello Stato che sta dalla parte dei "padroni", nonché contro gli operai! Dei primi infatti essa «autorizza o almeno non proibisce le coalizioni, mentre proibisce quella degli operai» (p. 108)! Chissà come mai però non ce lo spiega, né se lo chiede! Egli non è un politico, dopo tutto! E comunque aggiunge un altro dettaglio imperdibile: «Non esistono leggi del parlamento contro le coalizioni volte ad abbassare il prezzo del lavoro, mentre ne esistono molte contro le coalizioni volte ad elevarlo»! Il clima di lotta non può che essere generale, quando il lavoratore vorrebbe il più possibile mentre l'imprenditore darebbe il meno possibile. Quella che viene spaccciata per una "naturale" composizione dei "saggi naturali" che toccano al "salario" e al "profitto", si rivela in realtà un artificiale campo di battaglia tra due formazioni antagoniste, dipendenti tra di loro nonostante i rispettivi interessi siano contrapposti! Cosa che lo stesso Smith implicitamente ammette proprio parlando dei vantaggi che i più forti hanno in questa "guerra", i quali nemmeno sono ancora finiti qui. Anzi, è rimasto ancora da svelare il loro asso nella manica: i lavoratori devono pur mangiare tutti i giorni, e possono farlo solamente attraverso il denaro che sono gli imprenditori a dargli. Smith lascia intendere la cosa facendo notare come nella lotta, quando pure ciascuna delle due classi ha bisogno dell'altra, però «i padroni possono resistere più a lungo»! Essi infatti, «anche senza impiegare un solo operaio, possono in genere vivere un anno o due sui fondi che possiedono, mentre molti operai non potrebbero sopravvivere disoccupati una settimana (...). Nel lungo periodo l'operaio può essere tanto necessario al padrone quanto il padrone all'operaio, ma la necessità non è altrettanto immediata» (p. 109)! L'operaio e la sua famiglia devono mangiare tutti i giorni, un bisogno per soddisfare il quale è pronto a soccombere. Tra tutti gli altri motivi è proprio per questo che le "coalizioni" operaie e le loro lotte, a volte anche violente, sono destinate a perdere: non tanto per la in ogni caso brutale repressione poliziesca delle manifestazioni, quanto per «la necessità in cui si trova la maggior parte degli operai di sottomettersi per assicurarsi la sopravvivenza immediata» (Ibid.).
Date tali premesse, eccoci finalmente alla conclusiva determinazione del "saggio naturale" del salario spettante al lavoratore dall'imprenditore: il minore possibile! Possibilmente quel «livello» dove anche la lotta del "padrone" si deve arrendere, quello «al di sotto del quale sembra impossibile ridurre i salari» (Ibid.), perché in tal caso il lavoratore morirebbe di fame! Senza quel minimo garantito egli «non potrebbe allevare una famiglia, e la razza di questi operai non potrebbe continuare oltre la prima generazione» p. 110)! Ecco che dietro la maschera si svela il vero volto, la sconcertante concezione liberale della "famiglia" dei lavoratori, nient'altro che il puro calcolo economico di un costo di produzione come un altro, corredato per di più della minuziosa messa e tenuta in conto delle morti infantili! Questo prendere come misura del "saggio" salariale il «livello (...) più basso compatibile con la natura umana» denota l'evidente cinismo di questi personaggi, nonché il loro disprezzo per le mansioni più umili del lavoro. Cui rivolgono la loro attenzione solo per trovare quella misura minima che hanno bisogno di stabilire per i salari operai, quella appunto che basta già al «tipo più basso di lavoro», al «tipo più basso di lavoratore», al «lavoro del peggiore dei lavoratori», al «tipo più gramo di lavoro comune» (Ibid.)! Su questo punto Smith non è così esplicito, e anzi ci tiene a precisare che la sua, in fondo, è solo un'indicazione, un'opinione personale, per così dire; perché alla fine «in quale misura» il salario si debba stabilire, egli dice, «per conto mio non cercherò di stabilirlo» (Ibid.)! Piuttosto egli preferisce soffermarsi ancora su come i lavoratori inglesi godano in effetti di una certa «relativa abbondanza», solo però se si prende come riferimento di misura il salario minimo possibile, il livello infimo di sussistenza dei «lavoratori poveri»! Egli ribadisce altresì un altro postulato già enunciato in precedenza (a p. 96), che il livello occupazionale dei lavoratori è direttamente dipendente dalla quota dei "fondi" impiegati ad impiegarli, quantità che può ovviamente aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, e soprattutto a discrezione degli imprenditori che quei "fondi" li detengono come "cosa loro". Ancora una volta consacrando questi ultimi a principio e fine di ogni cosa, laddove il lavoro dei lavoratori e i lavoratori stessi sono ridotti a un semplice mezzo tra gli altri, da usare solo in vista del perseguimento di un "profitto" personale e privato del "padrone" di merda!
Il che trova conferma se ci si addentra un attimo nei dettagli che Smith fornisce sull'andamento dei mercati, sia delle merci che del lavoro umano, e in particolare proprio in riferimento a come si mettono le cose per i lavoratori e i loro livelli salariali nei vari casi possibili. Per cominciare un altro postulato, che «non è nei paesi più ricchi ma in quelli che lo stanno diventando o in cui la ricchezza cresce più rapidamente che i salari sono più alti» (p. 111). Basterebbe pensare ai Cinesi di oggi per smentire questa asserzione! Ma all'epoca del nostro Autore era ovviamente diverso, ed è infatti dai casi osservati allora che egli potè dedurre come per il lavoratore fosse il tasso accelerato di crescita della produzione quello più conveniente per lui! Sebbene questo lo sia anche per l'imprenditore! Ma non si tratta di un'improvvisa conciliazione di interessi, bensì solo del confronto che Smith fa tra la vecchia Inghilterra, che era ricca in fase «stazionaria», e le giovani «colonie inglesi dell'America del Nord», che avevano invece un alto tasso di crescita economica e demografica. E dove appunto i salari erano più alti. Laddove nella madrepatria i salari erano più bassi, l'occcupazione e la popolazione non crescevano. Non lo facevano perché ulteriori nascite e ulteriori operai non servivano a niente, mancando ulteriori "fondi" accumulati da impiegare per impiegarli al lavoro! Così che il tasso di crescita accelerato è l'unico sostenibile per la "felicità" possibile del lavoratore! Solo che però non è lui a stabilire l'andamento della produzione, bensì il possessore dei "fondi": ecco da chi e da cosa dipende la sua "felicità"! In uno stato di andamento stazionario della produzione, costante nel tempo, i lavoratori si devono accontentare di meno, e devono badare a non riprodursi più di quanto non sia necessario ai "padroni", poiché quelli che non servono loro possono anche morire tranquillamente di fame! In caso di recessione infine, per i lavoratori sarebbe la fine: strage di innocenti e sfrenata competizione tra di essi. In tal caso si verificherebbe addirittura una crisi tale da investire non solo la «classe inferiore», bensì «tutte le diverse classi di impiego», e perfino le «classi superiori» della popolazione. Così che «la concorrenza per l'impiego risulterebbe così grande da ridurre i salari al livello della più miserevole e meschina sussistenza» (p. 113)!
Insomma, a quanto pare con i lavoratori come la si mette si mette male! Essi possono contare su una «remunerazione liberale del lavoro» solo in America, dove l'andamento è crescente, dove ci sono cioè molti imprenditori con il gruzzolo in mano che si fanno concorrenza a cercare e comprare lavoro da far fare! Ecco, per i lavoratori va bene quando è la «domanda di lavoro» quella che tira, al tempo stesso in cui scarseggia sul "mercato"; quando insomma essi hanno l'opportunità di potersi vendere al miglior offerente tra la fila degli imprenditori che fanno a gara per accaparrarseli! In tali casi, quando c'è lavoro da far fare e nessuno che sia disponibile a farlo, allora scatta la «concorrenza tra i padroni» (p. 110), i quali per riuscire ad avere i pochi lavoratori disponibili sul "mercato" sono disposti a pagare i salari più alti degli altri! In questi casi in effetti sembra andar bene per tutti, se va bene anche anche per i salari, la cui altezza costituisce infatti il «sintomo naturale» (p. 113) dell'andamento della ricchezza complessiva di una nazione. Ma non appena la crescita si arresta allora le cose peggiorano per tutti, perché smettono di aumentare i "fondi" impiegati nelle imprese, insieme ai loro profitti, nonché l'impiego dei lavoratori e i loro salari. Ecco la diagnosi di Smith: «la scarsità dei mezzi di mantenimento dei poveri che lavorano è il sintomo naturale di una situazione stazionaria, mentre il fatto che i poveri muoiano di fame è il sintomo naturale di una situazione in rapido regresso» (p. 114)! Non solo è agghiacciante ciò che dice, ma anche il tono dimesso, imperturbato, apparentemente "scientifico" che usa; la sprezzante, ignobile indifferenza manifesta di quest'uomo che, per quanto amabile possa essere lo stile letterario, pure considera i suoi simili alla stregua di "cose animate", la cui esistenza dipende unicamente dall'andamento, peraltro assai capriccioso, dei mercati.
Senza che anche in questo caso venga meno l'ottimismo ipocrita di chi, per quanto abbia reso ormai evidente come ai lavoratori, anche quando gli va bene gli va male, pure riprende la tirata sulle loro favorevoli condizioni, però col solito trucco di tralasciare il caso raro dei salari alti per tornare a guardare quelli minimi possibili. Così il nostro economista può esprimere l'impressione che anche nella vecchia Inghilterra "stazionaria", tutto sommato, «sembra che i salari siano chiaramente superiori a quanto è strettamente necessario a consentire al lavoratore di allevare una famiglia» (Ibid.). Egli vede insomma una condizione piuttosto "agiata" degli operai inglesi, e nonostante i loro salari siano più bassi che in America! Ma eccolo ancora una volta che mette le mani avanti per non sbattere il muso: «Esistono molti sintomi evidenti del fatto che in questo paese i salari non sono regolati sul livello minimo compatibile con la comune umanità». Ecco, i salari inglesi non saranno il massimo, e però nemmeno il minimo, per cui i lavoratori si accontentino e godino di quello che hanno! La condizione tutto sommato vantaggiosa del lavoratore, poi, si evince mettendo a confronto il variabile «prezzo dei viveri» con lo stabile «prezzo monetario del lavoro»! Da cui emerge che la miseria, oppure la «relativa abbondanza», o addirittura l'«opulenza» del lavoratore, supposta la costanza del suo salario, dipende in definitiva dal più o meno alto prezzo del grano o del pane, più che dall'entità del suo salario. Grazie a questa bella scoperta Smith arriva a concludere che, siccome il lavoratore già nello stato di miseria, nel quale dispone solo dello stretto necessario, pure riesce comunque a sopravvivere e riprodursi, allora tutto ciò che per buona sorte gli toccasse in più, ogni aumento del suo livello salariale, sarebbe comunque d'avanzo, superfluo, giusto un voluttuario «benessere» concessogli per godersi un po' più la vita! Ma poi Smith nemmeno si risparmia il confronto tra i prezzi dei viveri e quelli del lavoro che si verifica tra due nazioni diverse, le quali hanno un andamento singolarmente opposto: «Il grano è più caro in Scozia che in Inghilterra. (...) Il prezzo del lavoro, al contrario, è più alto in Inghilterra che in Scozia» (p. 115). Spiegazione: il grano costa meno in Inghilterra perché lì ce n'è un sopravanzo, che infatti viene esportato in Scozia. Così come in quest'ultima il lavoro costa meno perché i lavoratori sono più numerosi del necessario. Solo che essi sono più difficili da esportare! A parte questo dettaglio che egli trascura ancora una volta, è incredibile notare come il discorso, pur nel suo disumano cinismo, fili liscio e senza intoppi. Basta infatti prendere per buona la supposizione dell'uomo mercificato, del lavoro "merce" come un'altra, con il suo "mercato" e "prezzo" in denaro, variabile sulla base della domanda e dell'offerta di uomini in carne e ossa, perché i conti tornino senza resto!
Per chiudere il travisante ottimismo sui vantaggi degli operai Smith stila una lista dei generi di prima necessità, dei quali nota come i prezzi siano generalmente calati nel tempo. In questo caso però con una curiosa domanda, se gli operai si meritino tutti quei progressi che la diminuzione dei prezzi ha significato per loro. Che egli non pone a caso, bensì in polemica verso quei benpensanti che lamentavano il troppo «lusso» in cui i lavoratori sembravano versare! Ed ecco la sua risposta, eloquente come sempre: «Servi, lavoratori e operai di diverso genere rappresentano la parte di gran lunga maggiore di ogni grande società politica. Ma (...) nessuna società può essere florida e felice se la grande maggioranza dei suoi membri è povera e miserabile. Oltretutto, è semplice questione di equità il fatto che coloro che nutrono, vestono e alloggiano la gran massa del popolo debbano avere una quota del prodotto del loro stesso lavoro, tale da essere loro stessi passabilmente ben nutriti, vestiti e alloggiati» (p. 117). Eccolo l'equanime e filantropico Adam Smith, che dunque conosce e finalmente riconosce il ruolo del lavoro dei lavoratori. Solo che il massimo che riesce a prospettare per loro, dopo essersi esauriti i fasti del passato, quando di ciò che producevano non dovevano dividere niente con nessuno, è ben poco. Ora la loro maggiore aspirazione possibile può infatti arrivare a procacciarsi un vitto e alloggio "passabili"; perché, dopo tutto quello che fanno, si meritano almeno di vivere in modo decente!
Ma in conclusione a questo denso capitolo ecco un altro argomento che sarà caro anche agli economisti successivi, il quale getta anch'esso una fosca luce sul loro modo di pensare, e che fa capire quanto siano di facciata le belle parole appena pronunciate da Smith. Si tratta del tema della «procreazione» umana, la quale si osserva stranamente copiosa tra i lavoratori poveri, mentre è invece ridotta ai minimi termini nel «bel mondo» dei ricchi! Il che comporta un inconveniente però, che i bambini poveri, se è facile farli, poi è difficile mantenerli, così che i genitori sono costretti a vederli morire numerosi: «Per quanto i matrimoni della gente comune siano in genere più fecondi di quelli del bel mondo, una minor percentuale dei suoi figli arriva all'età adulta» (p. 118). Gli uomini dovrebbero essere in questo proprio come gli altri animali, che non si possono riprodurre oltre i «mezzi di sussistenza» di cui dispongono. Solo che nel caso dei poveri della nostra specie sembra che costoro non abbiano alcun ritegno a regolare le loro nascite, anche ammesso che tra gli altri animali esista la divisione tra ricchi e poveri, tra «i ceti inferiori del popolo» e gli altri! Insomma questi poveri umani fanno tanti figli senza che sembrino rendersi conto che poi non saranno in grado di mantenerli, per la scarsità dei mezzi di cui dispongono. Non si accorgono che, senza un'accorta limitazione delle nascite, tanti bambini sono condannati alla peggiore morte precoce, quella per fame. Se questi disgraziati non ci pensano prima, se non limitano la loro così prolifica riproduzione, allora la pianificazione delle nascite sarà posteriore alle nascite stesse, cruenta e inesorabile. I lavoratori poveri sappiano dunque che, se non stanno attenti a quello che fanno a letto, allora la regolazione della loro popolazione «non può avvenire che attraverso la distruzione della maggior parte dei bambini prodotti dai loro fecondi matrimoni» (Ibid.)!
Da tale oggettiva, "scientifica", sebbene spietata osservazione del dato di fatto, ecco la questione di princìpio, cos'è che deve regolare un andamento demografico adeguato alle circostanze. Com'era da aspettarsi, per Smith il punto di riferimento più adatto e adeguato a questo proposito dev'essere la congiuntura economica della nazione, e più in particolare l'andamento del «mercato» del lavoro, con il relativo «prezzo» di quella "merce" in esso contrattata! Ecco, l'indice di natalità tra i poveri, cioè tra i lavoratori, dev'essere regolato in funzione del numero di «braccia» di cui gli imprenditori hanno bisogno per "impiegare" i loro capitali! Insomma, è la «domanda di lavoro» fatta dai "padroni" imprenditori, quella che deve stabilre il numero dei bambini poveri che possono e devono nascere, o almeno è da quella "domanda" che deve dipendere la garanzia di sopravvivenza per i bambini nati poveri! Giusto quelli che servono alle imprese, appunto! Le quali nella pratica tale controllo delle nascite possono esercitarlo attraverso la leva del salario, com'è ovvio: quanto più si avrà una «remunerazione liberale del lavoro», tanto più sarà stimolata la riproduzione di nuove "braccia"; e viceversa! «È in questo modo che la domanda di uomini, come quella di ogni altra merce, regola necessariamente la produzione di uomini, stimolandola quando va troppo piano e arrestandola quando avanza troppo rapidamente. È questa domanda che regola e determina lo stato della procreazione in tuttti i diversi paesi del mondo (...). I salari pagati a giornalieri e servi d'ogni genere devono essere tali da metterli in grado, nella media, di continuare la razza dei giornalieri e dei servi, nella misura in cui lo richiede la domanda (...) della società» (p. 119) Ecco di nuovo, ancora a chiarissime note, la concezione liberale della "famiglia" umana, quella dei lavoratori poveri, certo, ma pur sempre la stragrande maggioranza della popolazione di ogni nazione; e lo dice lo stesso Smith di cosa sta parlando, «del povero che lavora, cioè della gran massa del popolo»! E veramente, più che della "società", la "domanda" cui egli si riferisce è quella degli imprenditori, che non sono proprio la stessa cosa! Non a caso egli ci tiene a precisare anche i vantaggi che costoro, con la loro logica di mercato, traggono proprio a spese dei lavoratori, mostrando come il gioco dei prezzi sia dannoso proprio per questi ultimi. Infatti cosa succede, che «il prezzo del lavoro spesso aumenta negli anni di buon mercato» (p. 121) dei viveri. Perché quando il grano costa poco significa che se ne produce molto, che per farlo occorrono molte braccia da impiegare, e dunque la "domanda" di lavoro farà salire il livello dei salari. Viceversa, succede invece che «spesso negli anni di alti prezzi (dei viveri) i salari, dei servi come dei giornalieri, crollano». Perché se il grano costa molto vuol dire che se ne produce di meno, quindi diminuiscono i lavoratori necessari, cala la loro "domanda" e con essa il loro prezzo o salario! Non c'è che dire, non fa una grinza! Ma ecco a scanso di equivoci l'illuminante conclusione che ne trae il nostro Autore, da tale controversa situazione che gli è data di osservare: «I padroni di tutti i tipi, dunque, spesso contrattano coi loro servi da posizioni migliori negli anni di alti prezzi che in quelli di buon mercato, e nel primo caso li trovano più umili e dipendenti che nel secondo. È naturale quindi che essi apprezzino il primo come più favorevole all'operosità. Proprietari fondiari e (imprenditori) agricoltori, inoltre, due tra le maggiori classi di padroni, hanno un'altra ragione per compiacersi degli anni di carestia. Le rendite degli uni e i profitti degli altri dipendono molto dal prezzo dei viveri» (Ibid.)! Insomma meno grano c'è, più costa caro ai lavoratori, e più i "padroni" ci guadagnano! Più espliciti di così veramente non si può essere, né si può essere meno riconoscenti a Smith per la franchezza con cui esprime certe cose, per quanto terribili siano.
Uno Smith che peraltro, in conclusione, riprende quella sorta di slancio umanitario a favore della causa dei lavoratori, di nuovo da lui difesi contro i benpensanti che lamentano gli inconvenienti conseguenti alle eccessive "comodità" della vita che i salari alti consentirebbero! Costoro, fra i quali vengono in mente anche i preti, sono quelli che ritengono auspicabile la vita miserabile degli operai, perché quella più utile non solo all'impresa, ma anche alla morale pubblica; essi vedono infatti nel salario minimo possibile non solo un sano e "naturale" arrivismo dei "padroni", ma altresì una garanzia sociale dell'ordine costituito, affinché nel nome del "bene comune", come dicono, ciascuno stia al suo posto! Ebbene contro costoro Smith ribatte appunto che non solo gli uomini sono resi più produttivi da una condizione di vita migliore, invece che più pigri; ma anche che quello di quei benpensanti è più un pregiudizio che altro, del quale si servono soltanto per nascondere o travisare la vera realtà del mondo umano del lavoro. Contro costoro che mischiano le carte in tavola lasciando intendere una cosa per un'altra, il nostro economista taglia corto: «Nulla può essere più assurdo dell'immaginare che gli uomini in generale lavorino meno quando lavorano per sé stessi che quando lavorano per altri. Un bravo operaio indipendente sarà in genere più attivo anche di un giornaliero che lavori a cottimo. L'uno gode dell'intero prodotto della sua attività, mentre l'altro lo spartisce col suo padrone» (Ibid.)! Smith mostra quindi di sapere molto bene cos'è che dal punto di vista del lavoratore risulta veramente naturale e cosa no, nonché come i suoi interessi siano esattamente contrapposti a quelli dell'imprenditore: con l'uno che vuole lavorare per sé stesso, e l'altro che per sé vuole invece far lavorare gli altri!
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